(Torino-Roma) Mostra: "Il secolo dell'Avvocato"

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(Torino-Roma) Mostra: "Il secolo dell'Avvocato"

Messaggioda stefano rollero » dom 06 gen 2008 17:28

L'industriale Gianni Agnelli, a cinque anni dalla sua scomparsa, è il protagonista della mostra 'Il secolo dell'Avvocato. Gianni Agnelli, una vita straordinaria', aperta dal 10 al 30 gennaio ( inaugurazione con la presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ) al Complesso Monumentale del Vittoriano di Roma. Curata da Marcello Sorgi, la rassegna - tra immagini, fotografie e filmati - ripercorre la vita di Agnelli sullo sfondo del Novecento, dalla nascita alla seconda guerra mondiale, in cui combatté in Africa e Russia prendendo parte poi al fianco degli americani alla Liberazione, al lungo dopoguerra.


Interessante articolo di Marcello Sorgi su "LaStampa" di oggi 6 Gennaio 2008.
Una mattina di fine maggio 2002 Gianni Agnelli è appena tornato dall’America. Da tre settimane, con un’intervista, ha fatto sapere di avere un cancro. Ci sono poche speranze, le cure americane sono pesanti, l’Avvocato se ne andrà otto mesi dopo. Ma quel giorno, con il sole e l’aria fresca primaverile, ha voglia di distrarsi. A vederlo, non sembra malato: è solo un po’ dimagrito, ma ce la fa da solo a salire sull’elicottero. Al decollo è di ottimo umore e ha un tono giocoso: «Sembra di stare su un tappeto volante!». Poi, sorvolando a bassa quota Torino e quella città nella città che sono i tetti dello stabilimento Fiat di Mirafiori, lo sguardo si rabbuia: «Non riesco ad accettare che tutto questo non valga più niente». Atterriamo a Villar Perosa, la gente di casa ha preparato un tè sul balcone della camera da letto.

Affacciati su un giardino meraviglioso e profumato, riprendiamo a parlare: della Stampa, dell’Italia, di tutto, per poi tornare, nuovamente, sulla Fiat. E qui, mentre ci alziamo per una breve visita di una galleria interna, davanti a una serie di affreschi cinesi - le risaie, le donne con i cappelli a punta, i bambini che giocano - Agnelli, senza retorica, fa un sintetico bilancio della sua vita. A voce bassa, con un’emozione che nessuno immaginerebbe, in un uomo che ha amato sempre la durezza dei soldati, spiega che il suo compito è stato di traghettare la Fiat da un secolo all’altro. Si poteva far meglio, certo, o forse si poteva fare diversamente, o più semplicemente, fare altro, vendere, cambiare mestiere, andare in un altro paese. Ma la lezione del nonno, basata sul senso del dovere e sulla responsabilità verso i lavoratori della Fiat, sarebbe stata tradita.

Per questo, anche adesso che tutto sembra finito, l’Avvocato, a Villar Perosa, non smette di sperare: che le cose cambino, la Fiat si riprenda, e la sua famiglia possa continuare. Forse è proprio di qui che si può ripartire per tentare di abbozzare un bilancio di una vicenda umana, economica, storica oltre che imprenditoriale, come quella di Gianni Agnelli. Nei cinque anni che ci separano dalla morte, la figura dell’Avvocato e il ruolo avuto per oltre un secolo da una dinastia familiare come la sua sono stati riletti, indagati, studiati, per cercare di metterne in discussione, se non il fallimento, l’inadeguatezza a reggere il passo con il moderno mondo globalizzato. Naturalmente, nessuno è immune da critiche. Ma a leggere attentamente queste analisi, si avvertono due limiti, uno contingente, l’altro meno.

Il primo: identificare la fine dell’Avvocato con quella che a un certo punto, ad occhi sbrigativi, sembrava poter essere la fine della Fiat. Una fine che non solo non è venuta, ma è stata evitata così efficacemente, che la ripresa dell’azienda, senza altre risorse che quelle dei suoi azionisti, dei propri dirigenti e lavoratori, è ora considerata un esempio da studiare. Il secondo limite sta nel metodo e nelle unità di misura adoperati per arrivare a una conclusione: giudicare insomma con il metro di oggi un uomo e una lunga serie di fatti che appartengono al nostro ieri. Si è detto, si è scritto: il fascino di un personaggio unico, com’è stato Agnelli, non si può usare per evitargli il confronto, non sempre favorevole, con la dura legge dei numeri. Anche se i numeri, da soli, non rendono il senso di un’esperienza insieme aziendale, politica, interna e internazionale com’è appunto la storia della Fiat all’interno del secolo breve che s’è chiuso. Basta solo riflettere su tutti gli elementi.

La guerra. L’esempio imprenditoriale del nonno. La Fiat seconda in Europa e quinta nel mondo. Il boom economico degli Anni Sessanta, l’automobile come consumo di massa. Le trasformazioni della società, la grande occasione perduta di modernizzare il paese. La crisi degli Anni Settanta e la necessità, per il capitalismo italiano, di riformarsi e contribuire a riformare il paese. È in questo contesto che l’Avvocato dispiega la sua leadership: l’Italia ancora democristiana del primo centrosinistra, del Concilio Vaticano Secondo, della Guerra Fredda, del Pci in cui Amendola vince e poi perde la sua scommessa riformista. Questa complessità, con cui Agnelli dovette fare sempre i conti, spiega anche la grandezza, e il paradosso, della scena finale della sua vita.

Quel funerale in cui il capo del capitalismo italiano, l’industriale che si lascia alle spalle fabbriche «che non valgono più niente», se ne va circondato dai suoi operai. Vogliono salutare il «loro» Avvocato, «l’Avvocato della gente», che, come dicono tra le lacrime, «aveva dato da mangiare a tanti». Con la loro tristezza, con le loro parole semplici, dicono quel che il presidente Ciampi spiegherà da vecchio amico dell’Avvocato: «Agnelli è stato un uomo che ha saputo conciliare i propri interessi con quelli del proprio paese». La lezione dell’Avvocato sta in questo: nell’aver incarnato un esempio di capitalismo familiare scevro da tentazioni particolari, non provinciale, orgoglioso di un certo modo di stare al mondo, capace di attraversare le tragedie con dignità, e di superare le difficoltà dando la sensazione di muoversi nell’interesse di tutti, non solo di una parte. Sono queste qualità, oggi, rileggendo la sua storia e guardando queste immagini a cinque anni dalla morte, a far dire che Agnelli è stato sicuramente un uomo all’altezza dei suoi tempi. E a far riflettere sul perché, anche adesso, in certi momenti, possa ancora capitare di chiedersi: «Chissà cosa farebbe l’Avvocato». :arrow:
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stefano rollero
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Messaggioda freddyfreak » mer 26 mar 2008 12:47

sono concorde in pieno con le parole del capo dello stato...molti imprenditori ,manager,e perchè no politici dovrebbero prendere esempio....nonostante il suo ruolo è stato forse l'unico a mantenere sempre integra la sua degnità morale...
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