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La costruzione dell’abbazia fu iniziata verso il 1220, e fu lunga: la consacrazione avvenne nel 1268 e segna l’inizio dell’arte gotica in Toscana.
L’abbazia è stata costruita con pianta a croce latina a tre navate, per una lunghezza di 72 metri ed una larghezza di 21. L’abside termina con sei monofore ed un rosone che conferiscono a tutta la struttura architettonica uno straordinario senso di leggerezza ed eleganza.
Interno dell’abbazia di San GalganoL’edificio è imponente e testimonia, così, la diffusione ed il grande seguito del culto di san Galgano. L’abbazia raggiunse, nel XIV secolo, una grande potenza, anche grazie alle immunità ed ai privilegi imperiali concessi ed alle munifiche donazioni ricevute.
Fu protetta e generosamente benificata dagli imperatori Enrico VI, Ottone IV e dallo stesso Federico II che confermarono sempre i privilegi concessi aggiungendone via via degli altri, ivi compreso il diritto di monetazione. Il papa Innocenzo III esentò l’abbazia dalla decima.
La ricchezza raggiunta nel Cinquecento fu tale da scatenare una contesa tra la Repubblica di Siena ed il Papato. Nel giugno del 1506 papa Giulio II scagliò l’interdetto contro Siena perché aveva contrapposto il cardinale di Recanati al candidato papale Francesco da Narni per l’assegnazione dei benefici abbaziali. In questa che potrebbe essere definita una bega di tipo politico-simoniaco, la Repubblica di Siena, guidata da Pandolfo Petrucci, resistette ordinando ai sacerdoti la celebrazione regolare di tutte le funzioni liturgiche.
Dopo questo periodo di splendore, iniziò quella lenta decadenza che l’avrebbe ridotto ad un grandioso e mistico rudere. Sarebbe diventata cava di materiali edili, depredata ed abbandonata all’incuria degli uomini; si sarebbe arrivati a vendere le lastre di piombo che coprivano il tetto, esponendolo così alle offese del tempo. Quel che rimane, però, acquista un fascino particolare, circonfuso di magia e mistero che permane inalterato. Il rudere superstite ammalia e sconvolge precipitando il visitatore in quel Medioevo in cui ha avuto origine.
Nel 1924 Gino Chierici curò il restauro della Abbazia, senza alcun intento di ripristinare una destinazione d’uso all’edificio, ma con lo scopo di rallentarne l’inarrestabile degrado.
Si direbbe quasi che non di un rudere si tratti bensì di un originale lasciato volutamente incompiuto. Le proporzioni, i materiali, l’assenza del tetto, il rosone vuoto, il silenzio, il cielo a vista avvolgono e stordiscono. È proprio la mancanza del tetto, crollato nel 1768, che esalta l’articolazione e l’eleganza architettonica delle linee che si slanciano verso il cielo aperto, un inno alla spiritualità, accomunando in questo l’abbazia a quelle di Melrose e di Kelso, in Scozia,a quella di Cashel, in Irlanda e a quella di Eldena in Germania.
Anche nell’attuale stato, comunque - e anzi forse proprio per questo - è al centro di un fitto immaginario che la collega, attraverso i Cistercensi, alla leggenda del Graal e a misteriose conoscenze esoteriche.
Il sito dell’abbazia è estremamente suggestivo, ed è stato utilizzato per ambientare i film Nostalghia di Andrej Tarkovskij (1983), e Il paziente inglese di Anthony Minghella (1996).
Nonostante la decadenza dell’abbazia, rimane invece in ottime condizioni, promossa a Pieve nel 1789, la parte più piccola del complesso, la Rotonda, con la cappella annessale nel 1340, affrescata da Ambrogio Lorenzetti.
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