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I beni culturali ed ambientali di Scala sono molto importanti non solo perché rappresentano la testimonianza di un passato millenario di storia, di arte e di civiltà, ma anche per la loro singolare distribuzione sul territorio che ne fanno un centro storico particolare. Questi aspetti portano a considerare lo stretto rapporto che lega le opere d’arte all’ambiente storico e naturalistico.
L’abitato di Scala si estende in gruppi frazionati sul versante destro orografico del torrente Dragone che ha scolpito terrazze di limitata estensione direttamente sulla roccia calcarea, assumendo una forma di insediamento che è assai rara nell’Italia meridionale, dove di regola i borghi si arroccano sui crinali.
La città è costituita da sei contrade: Centro, Campidoglio, Minuta, Pontone, S. Pietro (Campoleone), S. Caterina.
Nelle anzidette località con lo svolgersi del tempo (sin dal decimo secolo e ancora prima) si sono inseriti: la Cattedrale, il Palazzo Vescovile, le Chiese, i Monasteri, i Conventi, le Cappelle gentilizie, i Castelli, le Mura di fortificazione, i Palazzi signorili, le Case torri, i Bagni, le Edicole.
Dalla cronaca Amalfitana si rileva che la fondazione di Scala da parte di gente romana, naufragata mentre si recava a Costantinopoli.
Testimonianze romane esistono in Scala e dintorni (la villa romana di Minori, numerosi elementi architettonici di marmo, colonne, di antiche costruzioni).
La storia di Scala è strettamente legata a quella di Amalfi, di cui costituiva il naturale retroterra.
Partecipò alle vicende della repubblica marinara. Come tutti i paesi situati sui versanti dei monti Lattari raggiunse col commercio una grande prosperità e indipendenza.
Nel 1073 Scala fu incendiata, dopo lungo assedio, da Roberto il Guiscardo.
Una successiva irruzione subì nel 1210 da parte delle armi di Ottone Brunswich.
Anche i Siciliani nel 1283, dopo il famoso Vespro, misero a soqquadro Scala.
In seguito a tanta calamità la città veniva quasi abbandonata dai suoi abitanti e il cospicuo patrimonio artistico andò sempre più degradandosi.
Per la grave crisi, Carlo d’Angiò sgravò i cittadini della Repubblica Amalfitana dal contributo fiscale per il periodo di un anno, invitandoli anche a ritornarsene nelle loro città.
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