1 Settembre 2009 alle 22:07

Castello di Offagna

di maurof (Offagna, Marche. Castelli e Fortificazioni. Categoria A)

Offagna - Castello di Offagna


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Anticamente tra i comuni di Osimo e di Ancona non correva buon sangue.
Gli osimani tentavano con ogni mezzo di allargare i propri confini, tanto che nel 1200 si impadronirono del castelli di Offagna, Montecerno e Monte Ubaldo.
Fino al 1445 Offagna rimarrà legata ad Osimo, anche se nel 1382 diede dimostrazione di amicizia nei confronti di Ancona inviando ben cinquanta cavalieri per partecipare all’assedio della Rocca di S. Cataldo. “Como li Anconitani hebeno Offagna”… viene narrato da Lazzaro de Bernabei cronista quattrocentesco nelle “Chroneche Anconitane”. In un italiano singolare frammisto a riminescenze latine, il nostro fornisce una narrazione dei fatti che poi sarà ripresa sistematicamente dagli storici anconetani.
Evitiamo di riportare integralmente la cronaca che ci interessa, limitandoci ad alcuni passi salienti.
Si era nell’anno del Signore 1450. La potenza di Francesco Sforza si estendeva in gran parte della Marca, sicché l’allora pontefice Eugenio IV per il tramite del Capitano di ventura Nicolò Piccinino (uno dei più valenti luogotenenti del famigerato Braccio da Montone), cercò di recuperare il terreno ed il prestigio perduto.
Tra i due litiganti ci rimisero le terre in cui avvenivano gli scontri tra le fazioni avverse, tra cui anche Offagna e Castelfidardo. Infatti “molte terre fonno vexate dannificate, et saccomandate quando da li Sforzeschi, quando da li Braceschi”, cioè da quelli che appartenevano alle milizie di Braccio da Montone.
Gli Anconitani presero la palla al balzo ed offrirono protezione a quelli di Castelfigardo (oggi Castelfidardo) e di Offagna
Entrambi dovettero accettare la proposta anche perché quelli di Castelfidardo, per questioni di confini con Recanati, “fecero correria tagliando vigne, olive (sic) et altri arbori da fructo”; dove si vede quanta importanza avessero a quei tempi tali beni.
A causa dei saccheggi entrambe le comunità non avevano potuto seminare ed avevano perduto il bestiame.
Il Comune di Ancona pensò bene di sostentare genti così provate, mandando ottanta coppie di buoi. “In questo modo comenzonno ad provare la manifesta utilità del patrocinio anconitano”, sottolinea De Berbabei.
Ma tutto ha un prezzo. Quello dei due Castelli fu fissato dalla Chiesa, che aveva sopra essi giurisdizione, in settemila fiorini che ebbe in prestito da Ancona in cambio di essi. Papa Nicolò, infatti, non trovò di meglio che confermare l’operato del suo predecessore (Eugenio IV), decretando la giurisdizione di Ancona sopra Offagna e Castelfidardo. Ma l’idillio, si fa per dire, non durò a lungo sicché specie Castelfidardo mal tollerava la presenza nel proprio territorio di “stranieri”.
Il podestà inviato da Ancona, tale Stefano de Tomasso (Fatati) fu cacciato in malo modo “for de la porta”. E agli ambasciatori inviati a chiedere il perché della ribellione e di tanta villania fu risposto che essi (i castelfidardesi) “non voleano essere sottoposti a bechi cornuti”!
La paternità di tale infelice frase è attribuita al maggiorente di Castelfidardo, certo “Ser Antonio” il quale, per contro, si sentì rispondere dagli ambasciatori anconitani, massimamente offesi per essere stati definiti cornuti: “o Ser Antonio, el commune de Ancona, ve ha presentato da molti periculi, serrà (sarà) sufficiente ad farte taglare (tagliare) questa tua vituperosa lengua et cacciatela de rieto (nel didietro)”. E così fu. Due sicari inviati da Ancona puntualmente eseguirono la sentenza. Al malaccorto Ser Antonio, “ritrovato in loco solitario, taglionno la lengua mettendolila de rieto. E in tal modo fo ritrovato da li sui”.
In compenso Castelfidardo mantenne la propria indipendenza.
Ancona, temendo che Offagna seguisse l’esempio di Castelfidardo, comandò “ad cittadini et contadini… che de nocte tempo andasseno ad essa Offagna”, ove mantennero un presidio armato fino a che “fo dato principio a la rocha. Et quella conducta ad tal forteza, che quando li Offagnesi riavessero voluto calcitrare non li fosse licito, licentiorono li suoi homini. Et fino in questo di, come se vede, la dicta rocha se custodissi per li Anconitani”.
Analoga è la cronaca del Saracini anche più ricca di alcuni particolari per cui val la pena di riportare il seguente brano: “Nicolò V nell’anno 1454 dichiarò per Breve Apostolico, come Eugenio IV suo predecessore, fino all’anno 1445 aveva conceduto a gl’Anconitani per li settemila fiorini ch’erano Creditori della Camera Apostolica, le terre di Castelfidardo, e Offagna, con riserva, e condizione, che quando quella li restituisse li detti settemila fiorini, ricuperasse la Chiesa dette terre, concesse perciò a gli Anconitani detto sommo Pontefice la detta Terra d’Offagna, con mero e misto impero per detto loro Credito, e promossero gl’Anconitani non molestare Castelfidardo, come dalla sua Bolla il tutto si comprende, che si registrerà nel fine di questo libro decimo.
Avuta ch’ebbero gl’Anconitani la negativa, e esclusiva da detto Nicolò V di poter riavere in giurisdizione, e dominio, detta Terra di Castelfidardo e la conformazione di ritenere e possedere Offagna nel temporale; dubitando essi che gl’Offagnese non facessero il simile, che fecero il Castellani di ribellarsi da loro; di nottetempo mandarono gente armata ad Offagna, e tenendola con essa ben custodita e presidiata, vi principiarono una Roccha (conforme le facoltà del sopradetto Breve dal Papa concessagli) la quale fino, che non fu ella finita e munita (come al presente ancora si vede) non licentiarono la soldatesca mandatavi; onde dal detto tempo, che gl’Anconitani ebbero il possesso di detta Terra d’Offagna. sempre essi la tennero e tengono fino oggidì in giurisdittione nel tempora le, e dal Consiglio, e Communità d’Ancona si suole ogni anno eleggere Castellano di detta Roccha, un nobile Cittadino Anconitano.”
Ed infatti la Bolla di Nicolò V prevedeva, inter alia, che alla comunità anconitana, per la sua sicurezza fosse concessa la facoltà “construendi, reparandi, … et voluntate fortificandi”. Cioè costruire. riparare e fortificare secondo le proprie necessità.
Nella realtà, anziché riparare ciò che dal vecchio castello rimaneva. ne utilizzarono unicamente le fondamenta. costruendo ex-novo la rocca. alla luce degli accorgimenti offensivi e difensivi dell’epoca.
Il Peruzzi, ricalcando quanto riportato in precedenza, dichiara a sua volta, ” … Intanto, a malgrado delle seguite capitolazioni tra Castelfidardo ed Ancona, erasi quella terra sottratta alla giurisdizione di questa: né gli anconitani, come narra il Saracini. avevano potuto riaverla dal pontefice. Per lo che temendo essi. non Offagna ne seguitasse lo esempio. mandaronvi di nottetempo gente armata. E siccome per breve pontificio ne avevano la facoltà, vi rizzarono una rocca, cui sempre tennero ben presidiata. Un nobile anconitano vi si mandava a castellano”. Ed infatti la costituzione della repubblica anconitana prevedendo sei gradi di reggimento della comunità, stabiliva che il secondo grado fosse la “podesteria delle castella” (potestates castrorum). I candidati venivano estratti a sorte ogni sei mesi, venivano retribuiti (ma avevano l’obbligo, poco osservato, della residenza nel luogo ove esercitavano l’ufficio). Inoltre dovevano avere almeno 25 anni.
Le “Castella” (Castra) del contado anconiano erano: Fiumicino (Fiumesino), Falconara, Polverigi, Castel d’Emilio, Varano, Sirolo, Offagna, Monsanvito, Poggio., Camerano, Montesicuro, Camerata, Sappanico, Agugliano, Massignano, Gallignano, Paterno ed Umana (Numana).
Il Podestà (o Castellano)
Tra i Podestà, (o Castellani) di cui v’è certezza documentale ricordiamo Antongiacomo Stracca (1536) e Benvenuto Stracca (25 ottobre 1562)7-8. Lucio Betti riferisce: ” … Nel 1556 si nominarono i Castellani per tre mesi ognuno con scudi sei… con facoltà di uscire dalla Rocca, ma non dovevano pernottare fuori a pena di decadenza.
Oltre ai Castellani si nominarono due Commissari, Domenico Monaco e Giovanni Treducci e due fanti al servizio del Castellano stesso, Marchetti Francesco e Straccio.
I Castellani nominati furono Benincasa (?) e Nicolò Bonarelli.
Dove il Betti abbia tratto queste notizie non è dato sapere. Quanto ai “due fanti”, si deve essere trattato di bassi ufficiali. altrimenti fra Comandante e Commissari, questi avrebbero superato la consistenza della milizia! Ne è pensabile che una rocca di quelle dimensioni, potesse essere lasciata in mano ai proverbiali quattro gatti, anche se, già a quel tempo aveva perduto molto della sua importanza.
Poche e frammentarie le notizie a disposizione dunque, ed anche contradditorie. Si può tentare unicamente una ricostruzione per deduzioni.
Ammesso che la guarnigione di stanza nella rocca non fosse nutritissima, per molteplici ragioni, non ultime quelle logistiche (mantenere molti uomini in territorio di confine poteva riuscire assai costoso), non va dimenticato che gli Offagnesi avevano dato prova di tentennare talvolta verso gli Osimani, talora verso gli Anconitani. Episodi di intolleranza, o di propensione verso l’atavico nemico di Ancona. inducevano a cautela. Quindi non si poteva far molto conto sul contado locale per assoldare o coscrivere milizia. Pertanto oltre al comandante ed agli ufficiali, la rocca doveva necessariamente disporre di un certo numero di bombardieri ed artiglieri, oltre a moschettieri ed archibugieri. Personale addetto al funzionamento dei vari ponti levatoi, genieri ed armigieri dovevano completare l’organico del castello.
Certamente non moltissimi uomini, ma certamente almeno un numero sufficiente a tenere la posizione.
Verosimilmente il numero sarà stato ridotto quando i motivi di contesa si facevano più labili, e comunque dopo il 1532, tempo in cui la rocca cominciò a perdere parte della sua importanza.
Decadenza
Riporta ancora il Betti: “Nel 1569 si deliberò di restaurare il campanile e i tetti della Rocca, e a deputati dei lavori furono nominati Migliorati G.B., Montefano Pietro e Benincasa Antonio”. Ed ancora: “Nell’anno 1652 nel prendere possesso della rocca il nuovo castellano Carlo Nappi, fu fatto l’inventario e si trova registrato in esso, una campana grossa con il martello incisavi l’arma del Comune di Ancona esistente nel maschio della Rocca, tutte le finestre con i suoi ferri, due pezzetti cannoni di ferro senza codette e casse, altri quattro pezzetti cannoni piccoli pure senza codette e casse, quattro porte con le sue chiavi e catenacci, le catene che erano già sopra il ponte levatoio rinchiuse in un cassone per essere molto tarlate le travi che le sostenevano” (cioè i bolzoni).
Da questo malinconico inventario risulta innanzitutto che tutte le anni portatili erano state asportate dalla rocca, ridotta ormai a magazzino. Il sistema dei ponti levatoi era stato abolito, e ciò che ne rimaneva, cioè le catene che pendevano dai bolzoni, erano conservate in un cassone.
Niente mobilio, nessuna pertinenza degna di rilevanza. A parte gli infissi, le porte, la campana grossa sul maschio; dell’originario armamento, già allora, non rimaneva che ben poca cosa: due cannoni di medio calibro e quattro di calibro più piccolo, senza mascolo e senza affusto. Quindi assolutamente inetti a sparare.
Quanto al ponte levatoio non più funzionante, per poter accedere alla Rocca, fu verosimilmente realizzata una apertura sventrando una cannoniera della cortina Sud-ovest (ingresso attuale) e ciò, con tutta probabilità, deve essere avvenuto molto prima della ricognizione testè riportata.

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