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Ancona - I vivi e i morti. La collina, e sotto il mare. Il verde, il blu, la distesa del cielo, le onde che portano gli sguardi di chi arriva e di chi non è mai più partito. Altri, ermi, colli, sull´infinito Adriatico. Terra, aria, libertà. Si passeggia tra quello che sei e quello che sei stato. Come un disegno di Pratt, come un oceano di Cemak, come un western di Ford. Perché i lutti del mondo sono una spina che ti porti dentro, non una cicatrice che devasta. Vegetazione bassa, cespugli e arbusti, fichi, cachi, meli, ginestre, e solo in lontananza un boschetto di olmi, forse perché si pensava agli alberi come un limite alla circolazione dell´aria. La banalità del male, ma anche del bene: tutto insieme, mescolato da tempo, uomini, natura e religioni. I danni dell´incuria, le carezze di chi vuol riparare, i ricordi spezzati. I su e giù della vita, le curve, le sconnessioni, le storture e le stratificazioni dal 7 novembre 1428.
C´era una volta e c´è ancora, il campo degli ebrei, il più antico d´Italia. Tutto in pendenza, con il vento che spazza e raccoglie le mareggiate della storia: la polveriera Castelfidardo, il forte Cardeto, il vecchio faro, il monastero di Santa Caterina, il baluardo di San Paolo, le fortificazioni monte Cappuccini, il cimitero ortodosso o degli inglesi. Il sedicesimo secolo mischiato con il diciannovesimo, ma anche l´età del bronzo e le tombe di epoca picena. Ya´aqov e Giuditta, moglie di Mordekay Cagli, morta nel 1604, Ysra´el ben Šemu´el Dawid Terni, uomo alieno dal male, Diamante Senigallia, figlia di Ester, deceduta nel 1750, Moseh Hayyin Foah, medico provetto, dipartito nel 1783, la signorina Rahel Simhah Malkah di appena sette anni, scomparsa nel 1846 e l´anziano Yishaq Hayyim Yehi´ che se n´è andato nel 1821.
Un parco rettangolare di quindicimila metri quadrati, tra i più grandi d´Europa, circa 1058 tra lapidi e cippi, solo 735 nella loro collocazione originale, anche se rovinate e sradicate dal terreno. Molte recuperate dal mare o sulla spiaggia, e conservate dai militari che avevano acquisito una parte del suolo. La storia di un cimitero che è in una zona di costa strategica, sopra Ancona appunto, dove i morti hanno dovuto convivere con altre esigenze e dove l´ordine cronologico è dato dai differenti tipi di pietre tombali. Quelle cinquecentesche sono in genere delle lapidi molto semplici, con iscrizioni in ebraico, che in alcuni casi è stato possibile trascrivere e tradurre, identificando le generalità del sepolto. Del Cinquecento però sono anche due tombe importanti, una con stele a forma di tempietto e l´altra che è in realtà un monumento funebre complesso, composto di tre elementi indipendenti. Solo verso il Settecento, mano a mano che la comunità ebraica anconetana cresce, le pietre funerarie diventano più elaborate, a forma di cippi cilindrici, con ampie iscrizioni.
Nell´Ottocento compaiono per la prima volta scritte bilingue, in ebraico e in italiano. Spesso anche sbagliate, perché ad incidere le lettere erano artigiani cristiani che non conoscevano il senso di quello che ricopiavano. E poi i nomi che appartengono ai morti, ma che sono tuttora dei vivi e dicono molto di viaggi, migrazioni, ghetti. Gli Alcostantini che venivano da Costantina, versione ebraica per Costantinopoli, ebrei sefarditi, provenienti dalle attuali Spagna e Portogallo, costretti alla fuga. Il prefisso Al testimonia l´assimilazione con la lingua araba. Gli Algranati, perché originari di Granada in Andalusia. Gli Anau, cognome tra i più antichi, appartenente a quel primo gruppo di quattro famiglie deportate dall´imperatore Tito a Roma. Azulay, di origine castigliana: i componenti di questa famiglia, dopo l´espulsione dalla Spagna, si spostarono a Fez, a Hebron, fino a Gerusalemme. I Bellinfante, d´origine portoghese, poi trasferitisi a Belgrado e ad Amsterdam come rabbini e dotti. Calef da Haleb, l´attuale Aleppo in Siria, i Foah provenienti da Foix, nell´Ariège, Francia, i Campos, in viaggio dalla cittadina spagnola di Campos, presso Murcia, i Cardoso, famiglia di ex marrani di origine sefardita, presenti soprattutto in Marocco dalla prima metà del Cinquecento come commercianti e finanzieri apprezzati dal sultano. E quelli il cui nome significa qualcosa: Benporat, che nella Bibbia vuol dire abbondanza, Cohen in ebraico sacerdote, Hay che sta per vita, Yonah per colomba, Malak per angelo, Musatti per Mosè, Ohev per amato, Sofer per scrittore, Soref per orefice, Sulhanì per banchiere.
Fonte: http://fc.retecivica.milano.it/Novita’/Ebraismo/Archivio/Archivio%202007/S0815CBA0?WasRead=1
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1 commento a “Campo degli ebrei in giallo….”
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