6 giugno 2012 alle 00:12

Roma – Ponte Rotto

di enzoazz (Roma, Lazio. Ponti. Categoria D) - In Gara

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Visite: 79. Candidata il 4 giugno 2012 00:10

Risultato voto a scrutinio: 26.51 (Scrutinio: 148°; Totale: 1823°)
Turni (n.Voti/n.Sfide): 1° = 20/27 (74%); 2° = 16/28 (57%); 3° = 22/54 (41%); 4° = no;

Ciò che rimane oggi di questo ponte, originariamente a sei arcate, è conosciuto come Ponte Rotto. Prese questo nome quando la grande alluvione di Roma del 1598 spazzò via le tre arcate verso la riva sinistra del Tevere. Da allora, il ponte non fu più ricostruito. Altre due arcate, quelle più vicine alla riva, furono demolite per dare spazio al nuovo ponte Palatino (1886-1890). Oggi possiamo vedere solo un’arcata supertite delle sei originarie. Durante la sua vita prese nomi diversi. Nacque come ponte Emilio (Pons Aemilius) da Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore che nel 179 a.C. lo avevano realizzato con piloni in pietra e careggiata in legno. Fu rifatto totalmente in pietra nel 142 a.C da Publio Scipione Emiliano e più tardi Augusto (63 a.C-14 a.C) dopo una ristrutturazione lo chiamò Ponte Massimo.
Come detto, subì danni dalle piene del Tevere a varie riprese. Un prima ricostruzione fu eseguita nel 1220 ad opera di papa Onorio III e nel 1552 sotto papa Giulio III le arcate vennero completamente ricostruite.
Sfortunatamente a breve nel 1557 un’altra alluvione lo distrusse nuovamente.
Quindici anni dopo, ci riprovò papa Gregorio XIII che nel 1573 iniziò la ricostruzione su un progetto che prevedeva nuovamente la costruzione delle due arcate distrutte. Nel 1575 in occasione del Giubileo fu nuovamente inaugurato e rinominato in ponte Senatorio. Ma nel 1598 l’ennesima alluvione e l’ennesima distruzione delle arcate ne decretarono definitivamente la fine come ponte e papa Clemente VIII e i suoi successori , pur in presenza di nuovi progetti, non lo ricostruirono più. Ciò che vediamo oggi, l’ arcata superstite, è quindi frutto della ricostruzione del cinquecento ad opera di Gregorio XIII con i piloni in muratura originari del II secolo a.C. di Emilio Lepido.


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