9 Settembre 2008

Demonte, l’angelo nero

di Lorenzo Rulfo (Blog Demonte. Racconti di Viaggio)

DemonteLontano. Questa è stata la prima risposta alla semplice domanda “dov’è Demonte?”. E subito la partenza si è riempita di noia, di consapevolezza di un viaggio lungo, sulla fiducia. Di attesa. Non mi aspettavo poi di trovare nulla di particolare, solo un posto dove avremmo rappresentato lo spettacolo, davanti magari a qualche anziano annoiato desideroso di evadere dalla monotonia di una serata di carte.

L’appuntamento era a Palazzo Borelli, gioiello, così ci dicono, del paese. Non passa molto che la macchina si ferma davanti ai cancelli del palazzo nel pieno centro del paese. E lo stupore prende me e i compagni di viaggio. Nemmeno sicuri di essere davvero arrivati, davvero a Demonte, quei portici passati veloci ai finestrini della macchina, io giuro, erano magnifici. Scendiamo dalla macchina. L’aria è fresca, frizzante come quella tipica dei paesi di montagna, ma il sole regala un lieve sollievo sulla pelle. Sorrido, e tutti imitano il mio gesto, un po’ per solidarietà, per suggellare un patto di compagni di viaggio, un po’ – e questo credo il vero motivo – perché qui è bello. Sembra di entrare nell’atmosfera che, bambini, ci riempiva di gioia all’arrivo della prima tappa di una gita.

Il palazzo è incantevole, giardini recintati da alte mura, fontane, fiori, prati, alberi secolari, una cappella, gradoni di pietra e altre meraviglie seicentesche. Il luogo indicato come palco per la nostra rappresentazione è alle spalle della cripta, perfetto più che altro per un “Romeo e Giulietta”. Comincia il lavoro, i tecnici montano ed io mi allontano verso il centro del paese, curioso e attento.

Il paese è molto particolare, antichi portici in legno accompagnano come in sfilata la via centrale piena di negozi, bar e ristoranti. Poca gente in giro, molto silenzio. Ma da lontano un uomo mi si avvicina, passo incerto, tentenna, credo sorrida ma è troppo lontano per capirlo. Il cane al guinzaglio tira, spaventato e curioso.

Ora siamo vicini, è chiaramente ubriaco, sporco, dello sporco dato dal dormire per strada eppure ha qualcosa sul volto, qualcosa di buono, o di stanco. Mi sorride ancora, così nel passaggio accenno a un saluto. Di scatto si volta, non sorride più, è serio, spaventato, accenna una lacrima. “Saluti me?” Rispondo che si, saluto lui. Muta, diventa serio. “No. Nessuno mi saluta. Nessuno”.

Ha qualcosa che commuove. Non certo per bontà o amore, ma decido che voglio parlare con lui, togliergli, per un giorno, quell’ombra dal volto. Lo faccio parlare, è un ex soldato della legione straniera trasferitosi a Demonte per avere pace. “Perché proprio qui?”, non risponde. Alterna lucidità e follia come un clown del circo, con la stessa perfezione, come se avesse provato per anni la sua parte. Si fa chiamare l’angelo nero. “Vedi, una casa io ce l’ho qui a Demonte. L’ha presa mia sorella per me. Ma la strada è più adatta a me, io sono l’angelo nero.”. Poi sorride, parla delle figlie che non vede da anni, dice che la città l’ha accolto come un fratello, l’ha abbracciato e ora lo protegge. “Io amo tutti – dice – tranne J. Bush”. Lui non lo ama. Non sa perché, a dire la verità, ma non lo ama. Poi mi guarda negli occhi, mi penetra gli occhi e piange. Per amore, dice.

Mi parla per un’ora, ma ora è stanco davvero, vuole dormire, vuole restare solo. Lo saluto e mi allontano, felice e distrutto, ancora non so perché, da un incontro fra i più belli della mia vita. Allontanandomi una signora mi si avvicina “E’ solo un barbone”. Non rispondo e raggiungo la mia cripta. Il giudizio è la sola colpa dell’uomo.

(foto di Twice25 in licenza Creative Commons)

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