Interviste Giornalisti

Un “folle volo” è quello che ha catapultato Carlo da un luogo-non luogo, terminale di emancipazioni liceali, al “quotidiano delle edicole” punto d’osservazione privilegiato per individuare nella multietnica realtà di Portocannone l’“ago nel pagliaio”. La miccia culturale della sua città non ha ancora raggiunto la “detonazione” giusta per varcare i confini del basso-molise. Il suo “scribacchiare” responsabile ha dato forma e voce alle ragioni di un popolo dalla bontà innata.

Dal Pancatantra a Calvino passando per Ariosto, storie di cuori impavidi e di sguardi atterriti, di nere tristezze e radiosi traguardi: realtà o fiaba? Un interrogativo cui Federica trova risposta nella sua stessa vita e nella natia Perugia dai misteriosi accessi. Una cornice ideale per trovare a sedici anni la sua “scarpetta” e coronare un sogno d’“amore”. Ieri con un libro antico oggi un ipod, imperativo provare a diventare un drago.

O la penna o a spasso, tertium non datur quando i tuoi ricordi sono neri di piombo e in preda ai fumi delle Nazionali. In una galleria delle stranezze più intriganti Diego metterebbe anche la sua Montepulciano, con i suoi quarti di nobiltà e le nostalgie bucoliche. Una terra che vive con e per amore, da imprimere su un magnetofono distinguendo le cristalline “voci indecifrabili” dalle sirene maliose di una ripugnante viltà.

La molla decisiva per far virare la propria vita verso alte cime, Elda l’ha trovata nella sua Poggibonsi. Il cuore della Valdesa che palpita per il fascino dei suoi “Ori”, oggi è di là dall’essere un luogo da romanzo. Costringere il pensiero dentro confini certi dà luogo a scelte radicali, cui si va incontro forti di quell’umanità irrinunciabile sia dall’una che “dall’altra parte” del microfono.

La verità ha mille rivoli che puoi scandagliare soltanto muovendo da certe “minime condizioni”. Una virtù “capitale”, come la sua Roma, per Daniele Memola, per reggere la nevrosi di una professione che da megafono di libertà, quando non si limita a raccontare storie, può trasformarsi in incubo nel costringere a “vendersi” per “vendere”. Nel bailamme di commenti e “fattoidi” sembra farsi largo un “vecchio” progetto per la città.

Provare ad essere profeta in patria è un’operazione “proverbialmente” difficile. Lo è ancor di più quando cerchi, come Ersilio, di esserlo dall’una e dall’altra parte della barricata. Editore sbarbato tra i banchi di scuola e poi “Ciac” eccolo a 35 anni battagliare dagli scranni dell’assise di Arconate. La fortuna di una mano paterna va ripagata con scelte coraggiose e dagaullianamente velleitarie.

Un camice bianco e una sala operatoria? Una prospettiva poco allettante per una “ragazza mediamente carina” come Silvia, che ha deciso di raccontarla la scienza, come antidoto al “tragico vuoto” delle civette. Al “microscopio” la sua Pisa tradisce l’indolenza di chi ama contemplarsi l’ombelico incalzata dal dinamismo di idee di quanti, a parer suo, dovrebbero socraticamente abbandonare le cattedre.

Fosse nato al di sopra di questa suggestiva “linea gotica” del giornalismo italiano, Paolo non avrebbe potuto far leva su quella sfera valoriale attraverso cui vive e racconta la sua Aversa. Un gioco iniziato a dieci anni ed “esploso”, davanti a un liceo in fiamme, in autentica ragione di vita. Con un “caffè” si può sperare di spezzare quel letargo di una terra che “ti fa consumare le suole delle scarpe”.

Ogni volta che posa la penna sul foglio, Maria sa di dover meticolosamente sbucciare quel frutto di contraddizioni che è la sua Palermo. Cominci, come tutti, facendo il verso all’audace Marzia Jeffries di Kazan, per accorgerti nel mezzo del cammin che la via scomoda per uscire dal pantano, come certe vite spezzate, non è un nastro che puoi riavvolgere: è realtà. Negligenza, sperpero, disinformazione, bufale online… taccuino o palmare, c’est la meme chose per un “cane da guardia”.

La mano del destino sembra aver scritto la storia romantica di questa scrupolosa indagatrice della realtà. Come la piccola Sara di Burnett, Mary ha iniziato tra le austere mura di un collegio a prendere coscienza delle ingiustizie, delle mire e delle pulsioni che muovono il mondo, specialmente quello dei “colletti bianchi”. Tra le viuzze olezzanti di tiglio della sua Albenga, pungolo incessante per chi “ha da fare”, scorre la sua vena lirica che mai smarrisce quel bisogno profondo d’incidere.

Stesso sguardo penetrante, stessa viscerale partecipazione alle storie di chi si sente ultimo o vinto e delle tante “intelligenze schiacciate”. Cristiana è rimasta quella ragazzina diciassettenne che si lascia cullare dalla sua Napoli e che non tradirebbe mai, convinta com’è che l’alba è proprio lì, dietro l’angolo. La foto di un piccolo “angelo” le ricorda che sono in pochi a raccontare la realtà “scalzi”.

Un “demone” difficile da ingabbiare: è la passione civile che connota l’attività di Domenico Di Meglio, giornalista engagè e savonarola riconosciuto dell’isola d’Ischia. All’immancabile filippica contro il malcostume locale unisce una visione pionieristica della professione, propugnatrice nel contempo della solidarietà sociale. Sussurrando o urlando a squarciagola si può dar vita a un’inversione “dal basso”.

L’arte non è solo principio e meta nella carriera professionale di Ivan D’Alberto, bensì anche il medium più efficace per colmare il vuoto creativo della sua Pescara.
In un pericoloso clima di incosciente “belle epoque” , c’è chi alla tirannia dell’“H” contrappone la ricerca della reale identità della “Milano del Sud”. Il domani non sarà di “carta”, le “mezze verità” stanno tutte in un click.

Raccontare dei protagonisti, per dirla con Manzoni, della “storia minore” è la missione che Fausto Bonoldi ha fatto propria, fin dai tempi in cui, bambino, s’improvvisava impaginatore nel timbrificio del nonno. La sua passione civile ha trovato il “laboratorio” ideale nella sua Varese, che per non smarrire i suoi “verdi” tratti oggi dà l’assalto al cielo.

Inizi per gioco e ti ritrovi d’improvviso tra sguardi consunti e scheletri di cemento a fare a pugni con l’indifferenza, il laissez-faire, la rassegnazione. Paola Perna vive così la professione, a dispetto di chi cerca di ridurla a mero hobby. Nella sua “bottega ideale” ha scoperto la forza di chi vuole cambiare le cose, di chi si macera dentro quando gli capitano tra le mani delle cartoline autografate.

Una “pura passione” sbocciata a quindici anni e da allora difesa contro chi tenta di asservirla al business. Il suo rapporto con Gragnano si riassume con il catulliano “odi et amo”, ma con lucidità erodotiana racconta di una città incompiuta. Sì al progresso come arma contro lo sciacallaggio, conservando il gusto di vivere la realtà sul posto e non dietro a una scrivania.

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