10 Settembre 2008

Villar Focchiardo e l’Orlando Furioso

di Lorenzo Rulfo (Blog Villar Focchiardo. Racconti di Viaggio)

l’Orlando FuriosoPersonalmente ricordavo solo di averci comperato una macchina. La mia prima macchina per la precisione: una decappottabile rossa decisamente fuori tempo. E ricordo il viaggio in Val di Susa per andare a vederla prima di decidere che sarebbe stata la compagna di viaggio di qualche anno travagliato e meraviglioso. Ricordo anche una rocca, un castello forse, scorto dal finestrino della macchina di mio padre in quel viaggio. Ricordo che mi chiesi, per un secondo, cosa potessero essere quelle mura. Poi l’eccitazione rubò il passo alla curiosità e attraversai la valle senza il minimo pensiero a dove fossi, a quanta vita prima di me aveva attraversato, amato e odiato quei luoghi meravigliosi. Seppi dopo, solamente dopo trattarsi della Sagra di San Michele, costruita nel X secolo dopo cristo dall’ordine dei Benedettini. Allora non aveva importanza ciò che attraversavo, perché, come sintomo di un errore giovanile, ad attirare il mio interesse era solo la meta.

Poi dovetti cambiare macchina, perdere una fetta d’adolescenza, crescere. E casualmente capitai ancora a Villar Focchiardo. Di sera. Vagavo disperato alla ricerca di un posto dove dormire, volevo evitare che un colpo di sonno mi mettesse in pericolo prima dell’arrivo a Torino, distante circa un’ora di macchina. I pochi passanti desiderosi di aiutarmi mi indicarono Cascina Roland, una struttura che, secondo loro, mi avrebbe sicuramente accolto e stupito.

Raggiunta la struttura pensai solo a occupare la mia camera per raggiungere in breve tempo il sonno e la notte. Ma al risveglio fui sorpreso di trovarmi unico ospite di questa enorme antica struttura. La sala colazione era per me apparecchiata eppure nessuno a servirmi, nessuno alla reception, nessuno dietro il banco bar. Nessuno. Fuori, nel giardino, ancora a regnare solo silenzio.

Così, curioso, cercai di addentrarmi dentro gli uffici, dentro le stanze private. Ovunque potessi io trovare un segno di vita. E d’improvviso una mano sulla spalla: “Cerca qualcosa?”. Il custode tra il sorridente e il curioso. Gli spiego chi sono, cosa faccio, gli racconto della mia continua ricerca di qualcosa da raccontare, da scrivere. “Qui c’è molto da scrivere, qui c’è molto da raccontare.” Ecco, forse non ho sbagliato posto.

Mi racconta orgoglioso della propria terra come un padre dei suoi figli, dei Marroni, che qui sono di origine controllata (“i più buoni del mondo”), della grinta del popolo della Val di Susa (“sottomessi al potere regnante ma pieni di voglia di crescere”) ; del presente, ma anche e soprattutto della storia, fino al passaggio di Annibale con i suoi pochi elefanti rimasti dall’attraversata delle Alpi. “Perché fu qui, proprio qui che passò.” Sorrido e gli stringo la mano, Annibale suscita da sempre in me grande ammirazione.  Lo vede, cerca di convincermi, forse per scherzo, che Annibale ha dormito proprio qui, forse nella stanza dove la notte ho riposato io. Faccio finta di crederci. Ringrazio per le parole, per l’ospitalità e per la colazione. Mi avvio verso la macchina.

C’è ancora una cosa che credo sia interessante e che sicuramente vorresti sapere.” Mi fermo, mi volto e lo guardo. Sorride. Centellina le parole per tenere vivo il mio interesse. Mi fa cenno di seguirlo, scompare dietro il portone e io rimango a pochi metri dalla sua figura. Poi si ferma davanti ad un grosso masso. “Volevi farmi vedere una pietra?” “Due pietre. Non vedi?” “Interessante…” Faccio per andarmene. “Sai chi spaccò questa pietra e la scaraventò qui?” Non riesco ad immaginarlo nemmeno lontanamente. “Fu Orlando. Furioso per la perdita della sua amata.”

Mi allontano con la penna in mano ed un sorriso in volto. Orlando Furioso mi mancava.

(L’immagine è un dipinto di Simone Peterzano, “Angelica si innamora di Medoro” in Pubblico Dominio)

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