18 Novembre 2008

Un paese toscano che mi riporta ai ricordi di bambina

di Sofia Riccaboni (Blog Montevarchi. Racconti di Viaggio)

Arrivo alla stazione di Montevarchi la sera. Il cielo è terso, ci sono le stelle. L’aria limpida, il profumo che si sente è quello di camini accesi, legna che brucia. Aria che sa di infanzia, quando in estate si andava in montagna con papà e mamma e la sera faceva freddo e ci si doveva mettere la maglia pesante, la giacca vento.

Qui, a Montevarchi non fa cosi freddo, forse perché siamo ancora ad inizio di novembre. Sembra una città uscita da uno di quei film in bianco e nero che parlano del periodo della guerra. Non c’è nessuno per le vie. Eppure sono solo le otto di sera. Le strade sono illuminate da lampioni arancio, che riflettono nei vetri e lasciano intravedere architetture tipiche delle case degli anni trenta. Le strade del centro storico sono strette, a senso unico, pavimentate a ciottoli, antico ricordo delle origini di questo paese. Un paese incastonato nelle colline aretine, nel centro della bellissima Toscana, tra campi e distese di ulivi che in questa stagione regalano colori emozionanti.

Arriviamo con la macchina vicino alla piazza centrale del paese. Suggestiva, forse per via delle luci notturne, forse per il buio o forse per il contrasto con il cielo stellato. Decidiamo di andare a dormire e goderci il centro la mattina.

Un risveglio che mi riporta ancora una volta ad altri tempi, quando, piccola, andavo a messa la domenica mattina. Le campane che suonano dalla chiesa qua vicino, mi svegliano in modo brusco. Il cielo ancora azzurro, limpido e il sole, che da un nuovo colore alle case e alla città che ieri sera pareva tanto cupa. Ed eccoci in piazza. Bella, grande, rettangolare, una chiesa e un palazzo con i suoi portici.

Una piazza normale, la piazza dedicata a Benedetto Varchi, che vedo per la prima volta, ma che mi pare di aver già visto altre volte. Famigliare, con quel suo portico sotto il quale giocano i bambini. Non ci sono macchine e la cosa da un senso di surreale al tutto.

Svoltiamo l’angolo e andiamo a mangiare un cornetto in una pasticceria artigianale sulla via che porta verso quella che tutti chiamano “la casa del fascio”, perché costruita durante il periodo fascista e adibita a sede del partito e delle milizie poi. Ogni tanto tra le case si scorge un passaggio, un vicolo stretto, un tunnel che permette di raggiungere la via parallela senza dover fare il giro dalla piazza. Originale e suggestivo. Chissà quante volte durante il periodo della guerra è stato utilizzato per sfuggire ad arresti e catture.

Ma a Montevarchi c’è qualcosa di veramente interessante da vedere, per chi come me ama la storia. Il museo Paleontologico. Peccato sia inaccessibile, perché chiuso per ristrutturazione. Mi sarebbe piaciuto perdermi tra le teche che racchiudono i resti di ossa e utensili e immaginarne l’utilizzo. E soprattutto avrei voluto poter vedere da vicino il gigantesco cranio di quello che dovrebbe essere l’antenato dell’elefante. Non resta più nulla nemmeno del castello che una volta difendeva questa città. Ma è valsa comunque la pena visitare questo paese. Se non altro per le sensazioni che ha suscitato, riportandomi a quando, da bambina, andavo in montagna con i miei genitori.

(Foto di Elio Rossi in Licenza GFDL)

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