27 Dicembre 2008

Scopriamo la città più nominata e meno conosciuta dagli italiani

di Sofia Riccaboni (Blog Canicattì. Interviste Scrittori)

Domenico Turco, scrittore e giornalista, inizia dicendomi “Si, esiste davvero” alla mia domanda “Di dove sei?” e ci descrive la sua Canicattì. Una città nominata da tutti, ma sconosciuta ai molti nonostante sia stata culla di grandi civiltà, posizionata nella magnifica Sicilia. Ne esce una ritratto di una Canicattì da amare, nonostante i tanti difetti che, un po’ come tutte le città del sud, anche qui non mancano. Ma ci riserva anche tante sorprese, nell’architettura e nella storia, che meriterebbero di essere maggiormente valorizzate.

Domenico Turco

Domenico Turco

Canicattì è per i più considerata un “non luogo” da usare per indicare un posto lontano. E’ davvero cosi fuori dal mondo come si crede?
Canicattì è davvero un non-luogo lontano nello spazio, ma anche nel tempo! Qui siamo continuamente nell’Altrove, una dimensione di irrealtà. Non dimentichiamo che a Canicattì era nata negli anni Venti l’Accademia del Parnaso, che si occupava sempre di ribaltare i luoghi comuni. Pensa che avevano eletto a loro simbolo l’asina, considerata simbolo di saggezza… I Parnasiani prendevano in giro ogni aspetto della realtà, non per pura satira, ma perché avevano compreso che la verità si apprende più chiaramente attraverso l’ironia e l’umorismo. I Canicattinesi sono diversi da tutti gli altri siciliani e tale diversità è insita nel nome della città, che sembra alludere all’eterna sfida tra cani e gatti, che è, come dire, tra due visioni della vita. Canicattì non è fuori dal mondo, comunque, è un mondo a parte…

Lei scrive poesie nelle quali richiama alcuni tratti caratteristici della sua Sicilia e della sua città. Ma dice che non tutti se ne accorgono. Come mai, secondo lei?
Nelle mie poesie richiamo degli elementi della mia città, Canicattì, e della mia regione. E’ naturale, un autore racconta le cose, i luoghi e le impressioni del posto in cui vive. Ma invece di concentrarmi sempre sul sole, il cielo azzurro e le colline in fiore a volte parlo di nebbia, vento e temporali. A Canicattì e in Sicilia abbiamo un clima certamente migliore, tuttavia l’autunno e l’inverno arrivano anche qui! Spesso i miei lettori e critici non se ne accorgono, perché, appunto, restano imprigionati nel mito di una Sicilia sempre al sole…

Canicattì non è una città turisticamente inserita in itinerari conosciuti. Come mai secondo lei è così “snobbata”?
Canicattì non ha una vocazione turistica, non l’ha mai avuta. Probabilmente perché i miei concittadini sottovalutano le potenzialità di una città molto antica, in cui sono conservate rovine bizantine, come l’Ecclesiastra di Vitosoldano, e bellissime chiese risalenti al periodo della fondazione “ufficiale” della città (XVI secolo). Molto suggestive anche le campagne, in cui dominano delle colline verdeggianti e delle caratteristiche formazioni rocciose, i Pizzi di Giumbello, che vedo dalla veranda di casa, e che sembrano i resti di un castello fatato. Purtroppo il paesaggio, che è straordinariamente pittoresco, subisce sempre più l’aggressione del cemento, e i confini tra città e campagna diventano sempre più labili. Occorrerebbe preservare la bellezza incontaminata di certi posti, bellezza che potrebbe costituire un’attrazione “vacanziera” per gli amanti dell’agriturismo, settore del tutto inesistente dalle nostre parti.

Io di musei e monumenti ne ho visto tantissimi, che cosa mi mostrerebbe per farmi innamorare di questa città?
Sarebbero diverse le cose da vedere, in un’ipotetica gita. Non si potrebbe prescindere da visitare lo storico Palazzo dei Baroni La Lomia, un autentico gioiello in stile tardo-barocco, il Santuario del Venerabile Padre Gioacchino La Lomia, morto nel 1905. Di famiglia nobile ed estremamente ricca, questo frate cappuccino lasciò tutto per servire i più poveri tra i poveri. Da vedere la fontana del Nettuno, del Cinquecento, la Torre civica o dell’Orologio, le numerose chiese, Villa Firriato, un edificio liberty dovuto all’estro del celebre architetto palermitano Ernesto Basile. Basile ha poi firmato il progetto del Teatro Sociale (1899), ispirato nella struttura alla Scala di Milano, e il prospetto neo-classicheggiante del duomo cittadino (1908), detto familiarmente dai canicattinesi “la Matrici” (Chiesa Madre), risalente al Settecento. La prima cosa che ti mostrerei per farti innamorare della città? Avrei l’imbarazzo della scelta!

Cosa la lega alla sua città? Ha mai pensato di lasciarla?

Alla mia città mi lega un amore viscerale che spesso sconfina nell’odio, per la criminalità mafiosa, purtroppo causa di tanti mali, delitti, corruzione e quant’altro, per una politica affaristica e clientelare, per molte carenze e disservizi, come per esempio le barriere architettoniche. Tema che, da portatore di handicap, non posso non sottolineare. Ma credo di essere legato soprattutto dall’amore per la mia città, dalla sapienza artigiana e contadina della sua gente, da un certo estro innato, da quel sentimento del contrario di pirandelliana memoria, che, sotto forma di gusto ironico del paradosso, caratterizza lo spirito del canicattinese autentico.

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