16 Aprile 2010

Il paese natale di Grazia Deledda

di Verusca (Blog Nuoro. Alla Scoperta della nostra Italia)

Nuoro è adagiata, in splendida posizione, su un arioso pianoro vigilato a sud dall’imponente mole granitica dell’Ortobene. Come dimostrano vari resti preistorici ritrovati nella zona, anche Nuoro ebbe origini remote in un centro nuragico. Protetto dalle giogaie montuose della Barbagia, resistette a lungo sia ai Cartaginesi che ai Romani. Roma, però, si affermò in seguito anche qui, lasciando un’impronta particolarmente viva.

Oggi, Nuoro è una città in pieno sviluppo, specialmente nella parte del moderno quartiere di Istiritta con ampie e dritte strade, palazzi signorili ed eleganti negozi. Passeggiando noterete anche il vecchio rione di San Pietro, con le sue piccole case in granito variamente colorate, dove ogni tanto potrete incontrare ancora donne intente a ricamare.

Per quanto riguarda il suo patrimonio architettonico, va menzionato il Duomo, di stile neoclassico; e l’interessantissimo Museo Regionale del Costume, comprendente venti caratteristici ambienti che riproducono le forme dell’architettura sarda rurale e paesana.

Grazia Deledda

Grazia Deledda

Nei pressi della città, un bel viale a cipressi guida il visitatore fino a una rustica e romantica chiesetta. È la Chiesa di Nostra Signora della Solitudine, il cui nome sembra ispirato dal vento che scende, mormorando, dai ripidi pendii del sovrastante monte Ortobene.
Così come lo vediamo noi oggi, il piccolo tempio appariva molti anni fa a una fanciulla dagli occhi neri e sognanti, che soleva andare fin là dalla sua umile casetta di Nuoro; forse per ascoltare meglio, nell’immensa pace, ciò che le suggeriva il cuore.

Era una fanciulla che amava osservare i paesaggi, le case e gli uomini della sua terra; una fanciulla sensibile che, invece dei giochi, preferiva ascoltare le misteriose leggende che le narravano i pastori della Barbagia o, nelle sere d’estate, seguire quelle gare di poesia che la sua gente si dilettava ad improvvisare all’aperto, fra un bicchiere e l’altro di generoso Malvasia.
Quella fanciulla era Grazia Deledda, destinata a diventare la più grande scrittrice italiana dei nostri tempi.

Nata a Nuoro, nel 1871, da una modesta famiglia di agricoltori, ella rivelò ben presto le sue qualità di poetessa e di scrittrice. Non aveva ancora vent’anni e già aveva scritto un romanzo: “Fior di Sardegna”, in cui, delineati con vivace sincerità, apparivano figure e momenti della vita isolana. Da allora, fu sempre l’amore per la sua terra che ispirò con maggior commozione la scrittrice.
Nella sua vita non ebbe che lo scopo di far del bene alla Sardegna, come ella stessa scrisse in una lettera: “Alla mia, alla nostra diletta Sardegna!”

I romanzi che seguirono - si ricordano tra gli altri “Edera”, “Cenere”, “La madre”, “Canne al vento”, “Elias Portulu” - diffusero, a poco a poco, la fama della Deledda in tutta l’Italia e all’estero. Piacquero, specialmente, la schietta semplicità del suo stile, la chiara rappresentazione dei personaggi, il caldo e profondo esame delle passioni umane. E queste qualità artistiche furono tanto apprezzate che, nel 1926, venne assegnato alla scrittrice sarda il più alto riconoscimento letterario del mondo: il premio Nobel.

Pur circondata da tanta gloria, Grazia Deledda conservò sempre la sua serena e riservata modestia. Morì a Roma, nel 1936. le sue spoglie riposano nella chiesetta che ella amò da fanciulla e che ricordò tanto spesso nei suoi romanzi: la Chiesa di Nostra Signora della Solitudine.

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