20 Febbraio 2009

Concerto in mi bemolle in una città inascoltata

di Marcello Di Sarno (Blog Frosinone. Interviste Giornalisti)

Musica e giornalismo rappresentano per Camillo Savone un binomio professionale e umano, che ha trovato a Frosinone la sua piena compiutezza.
E’ docente di pianoforte, oltre che direttore della scuola comunale di musica “Oreste Sindici” di Ceccano e del coro polifonico cittadino. Ma musica e giornalismo s’intrecciano, nella sua attività di consulente di alcune case editoriali e collaboratore di riviste specializzate.
Il suo palmares di cronista inizia nel 1988 con “Il Tempo”, nella redazione provinciale di Frosinone, per il quale scrive tuttora di musica e spettacolo.
E’ anche redattore, dal 1999, di “Qui Magazine”, mensile freepress di 15.000 copie distribuito sulla Provincia di Frosinone, e di “Qui Sette”, tabloid settimanale di 11.000 copie distribuite su Frosinone città e hinterland, per il quale si occupa di satira e informazione politica e delle pagine culturali (sito web: www.quionline.it).
Tra i premi giornalistici che vanta, ci sono il “Premio Filettino”, il “Premio Minnocci” e il “Premio giornalistico nazionale Ciociaria 2005″ consegnatoli da Sergio Zavoli.
Pur vivendo altrove, trascorre gran parte della sua vita nel capoluogo frusinate, teatro della sua passione per il piano e la musica in generale e humus inesauribile per la sua feroce vena satirica.
Chi sono le sue vittime lo spiega nell’intervista rilasciata per Comuni-Italiani.it

I suoi primi passi nel mondo del giornalismo.
Molto presto: già durante la scuola media acquistavo il quotidiano e a quindici anni ho iniziato come corrispondente di una radio locale del mio paese (Radio Venere Ceccano), sotto la guida del compianto direttore Giuseppe Bonanni, tra i pochissimi giornalisti veri incontrati in carriera.
Dopo la collaborazione al notiziario (curavo le “note di nera”, cioè la cronaca nera) sono diventato corrispondente di TeleFrosinone, emittente locale molto seguita e diretta da Luciano Renna (anch’egli recentemente scomparso). Con i primi compensi percepiti acquistavo i libri degli ultimi anni di liceo e l’immancabile quotidiano.

Camillo Savone con Sergio Zavoli

Il giornalismo non è la sua unica attività, ma la passione di sempre. In tal senso che ruolo gioca Frosinone?
Pur essendo un pianista e insegnante di pianoforte nelle scuole medie, il giornalismo è una febbre che non mi abbandona. Dopo aver terminato gli studi al conservatorio ho iniziato una carriera concertistica che mi ha bloccato la scrittura.
Dopo sei anni sono comunque tornato a “Il Tempo”, dove mi sono occupato nella redazione di Frosinone, di cultura e spettacolo sotto la guida di un altro grande “insegnante”, Gianluca De Luca, al quale devo gran parte della mia formazione sulla carta stampata. Da allora sono ancora a “Il Tempo” e poi collaboro con un freepress locale di grande successo e con un settimanale.
Per me è un’esperienza eccezionale e dal numero di copie stampate e dal riscontro generale, per la prima volta sento tutta la responsabilità di incidere fortemente sull’opinione pubblica e, di striscio, sull’operato degli amministratori e dei politici in genere.

Oggi per lei fare giornalismo nella sua realtà cosa significa?
Chi scrive lo fa per il lettore ma un po’ anche per esibizionismo, per sano narcisismo. Ho fatto qualche errore di valutazione, in passato, ma ricordo di aver scritto sempre cercando di “evocare”, raccontare, entrare dentro le sensazioni.
Il più bel complimento me lo ha fatto una spettatrice a teatro l’anno dopo aver messo alla luce un bambino. “La scorsa stagione ero a casa e non mi potevo muovere - mi ha detto - ma ho seguito gli spettacoli dai tuoi articoli. Era come esserci…”. Un bel ricordo.
Oggi purtroppo le cose che escono meglio sono quelle più “avvelenate” e a volte il soggetto della satira non ci sta a veder scritta la verità e allora querela.

Se Frosinone fosse bersaglio della sua satira, come la imposterebbe e che titolo le darebbe?
“Si salvi chi può!” Siamo avvelenati dall’inquinamento ambientale, dal traffico, dall’economia che ci penalizza, da un’industrializzazione selvaggia che ci ha invaso quando era aiutata dalla Cassa del Mezzogiorno, per poi ritirarsi in buon ordine, lasciando sul territorio solo veleni (il fiume Sacco è un’emergenza ambientale nazionale) e cassintegrati. Ancora oggi il gioco continua.
La città perde l’identità culturale, la politica appare distante così come gli organi di governo, la popolazione vede i politici come i Borboni d’un tempo. C’è poca speranza in giro. In tutto questo caos che annulla la serenità di ogni famiglia, loro… i potenti… pensano ad occupare poltrone, elargire presidenze di enti inutili a sergenti accaparratori di consenso finto. Finanziano i “traditori” dei partiti, sponsorizzano ubbidienti e stupide figure-fantoccio; insomma tengono le fila e bloccano così uno sviluppo che altrove c’è stato e qui no.
L’ultima? Il presidente dell’amministrazione provinciale che, dopo dieci anni di mandato, scappa a Roma ad acchiappare l’assessorato provinciale al personale, evitando così una campagna elettorale che lo avrebbe reso impresentabile… Il resto è cronaca nazionale.

Una realtà in breve dove cambia la forma ma la sostanza resta invariata.
Dalle nostre parti diciamo: “a gl’ porc’, pure se c’ mitti la pelliccia, sempre porc r’mane!”. Letteralmente: anche se al porco metti la pelliccia, sempre porco rimane. A buon intenditor poche parole!

La satira è nello spirito del carnevale che a Frosinone ha una lunga tradizione con la celebre Festa della Radeca. Conserva ancora i suoi tratti storici?
Il carnevale che si va consumando oggi è per certi versi la tradizione, per altri - e penso ai ragazzi - una specie di “halloween” di noantri condito da schiuma da barba, risse, ubriachi; c’è una degenerazione della socialità, del senso del divertimento che anche qui si ripercuote, in maniera violenta e senza molta speranza di cambiare.
Tuttavia i balli della radeca a volte li puoi fare ad occhi chiusi e pensare che tutto questo serva a ritrovare quella civiltà perduta…

Poi c’è l’altra Frosinone, quella che lei vive e respira quotidianamente. Quali luoghi le tornano più familiari?
Sono legato al centro storico perché, pur tra mille problemi, rappresenta l’identità di un territorio, sia pure violentato e azzerato dalla classe politica. Qui Andreotti ha fatto danni col suo andreottismo, ovvero la degenerazione dell’operato democristiano, che se si riuscirà saranno cancellati tra secoli.
La Chiesa ha le sue roccaforti, il potere temporale è ancora naturale, l’ingerenza nella politica allarmante. Sono legato alla zona del centro storico per motivi anche personali: penso al teatro Nestor che per quindici anni ho visto vivere di gente appassionata di ogni genere di teatro e che ora è solo una sala cinematografica a mezzo servizio per “merito” di alcuni zelanti operatori della sicurezza.
Penso alle tante pellicole, agli spettacoli, agli attori incontrati a teatro, alle mie interviste nei camerini e provo un grande dolore e un senso di mancanza incolmabile.

Teatro per lei è sinonimo di musica, l’altra sua grande passione. In che modo Frosinone ha alimentato questa passione?
Da noi c’è un conservatorio mastodontico che ha prima portato la musica in provincia, negli anni Settanta e Ottanta, facendo del sano pionierismo, pur con tutti i limiti di un territorio emarginato e agricolo-pastorale come il nostro.
Oggi, come tutte le istituzioni scolastiche, soffre del riformismo calato dall’alto: è diventato un diplomificio prima e un laureificio dopo, le rette annuali lo hanno reso meno popolare ma le carenze di ogni tipo di lavoro fanno sì che i giovani vi si riversino sperando in un futuro diverso. Che, regolarmente, non arriva mai.

Dalla tavola al paesaggio sapori e odori che le parlano di Frosinone.
I fini fini, ovvero i maccheroni acqua e farina conditi con le rigaglie di pollo o, meglio, con il maiale o al limite col pomodoro e basilico soltanto.
Ma i “profumi” sono anche quelli del fiume Sacco, un tempo piscina popolare per tutti i paesi rivieraschi e oggi fogna avvelenata a cielo aperto; sono quelli delle nostre colline di cui riconosci il paesaggio, sebbene diverso, come si fa con una foto in Toscana. Il panorama da noi è unico ma solo avvelenato e non apprezzato.

Da fruitore delle nuove possibilità della Rete, come vede il futuro della professione giornalistica guardando in particolare al rapporto con internet e alle nuove forme di giornalismo partecipativo (blog, social network, etc.)?
Siamo alla vigilia di una rivoluzione che cambierà molte cose, non tutto certo, ma avrà tempi fondamentalmente diversi. Bisognerà dividere i fatti da raccontare (sempre più velocemente) dagli approfondimenti e dai commenti che, anche se letti una settimana dopo o l’anno dopo, dovranno essere illuminanti.
Chi scrive forma un po’ l’opinione pubblica, fornisce degli elementi di valutazione, approfondisce le cose. Il lettore ha tempo e voglia per il racconto sommario e solo di rado per l’approfondimento. Bisognerà convincerlo a portare avanti insieme la lotta per avvicinarsi alla verità, alla causa e alle conseguenze dei fatti, due aspetti che restano quasi sempre fuori da ogni valutazione.

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