20 Giugno 2009

La compagnia del vitello

di Valentina Cavaliere (Blog San Leucio del Sannio. Racconti di Viaggio)

Leggendo un articolo sulla meteoropatia di una nota rivista scientifica, mi sono resa conto che io appartengo a quella schiera di persone che si fanno influenzare, con fin troppa facilità, dalle condizione del cielo. Eh purtroppo si… tutti i sintomi coincidono. Sole - entusiasmo, nuvole grige - malinconia, pioggia - rassegnazione. Neve… ehh per la neve non saprei; in effetti da casa non la vedo mai. Ma tranquilli appena cadrà, vi farò sapere.

Piazza del Municipio

Piazza del Municipio

Ad ogni modo, tutta questa edificante analisi sul “meteoumore” mi ha riportato alla mente la gita di Pasquetta del mese scorso e ho capito perchè, quel giorno, sono stata tanto silenziosa nonostante che la paranza fosse presente al completo (evento raro).

Per la tradizionale scampagnata del lunedì d’Albis, proprio a causa del tempo incerto, infatti, dirottammo per il più sicuro e riparato tetto di casa di un’amica a scapito del ben più suggestivo monte verde di Montella in Irpinia. Il casolare che ci avrebbe protetti dai cinici rovesci invece si trovava a Benevento e più precisamente a San Leucio del Sannio.

Quando programmammo la gita, Paola ci disse che la città distava soltanto un’ora da Napoli. Io ho contato almeno una in più.

Partimmo da casa con tre macchine colme di gente. Io mi catapultai in quella più comoda con stereo nuova generazione e sedili in pelle. Attraversammo mezza Campania. Dal finestrino ammiravo la miriade di campi coltivati, ognuno dei quali con forme e colori diversi. In quei giganteschi quadrati potevo distinguere il grano, le piante di pomodori, e le piccole cunette custodi di boccioli di lattuga o di cavolfiori. Man mano che il tempo passava la strada diventava sempre più ripida, i casolari prendevano il posto dei palazzi e il panorama, ai lati delle strade, diveniva sempre più vertiginoso.

A mezzogiorno giungemmo finalmente a destinazione. Potevo adesso sgranchire le gambe intorpidite e utilizzare una vitale toilette. Il chiassoso gruppo cominciò a darsi da fare portando in casa buste e borsoni. Omaggiando il buon vecchio Tolkien potremmo dire che più che una “Compagnia dell’anello“, la nostra era una sgangherata “Compagnia del vitello”; eh si perchè i cosiddetti probiviri della combriccola avevano comprato tanta di quella carne da sfamare una famiglia per una settimana. Alla ragionevole e scontata domanda “Ma chi mangerà tutta sta roba?” corrispose un’altrettanto scontata risposta “tu non preoccuparti!“.

La casa era a dir poco perfetta. Il mobilio anni ‘20, il camino e la legna accatastata in cortile creavano quella giusta atmosfera da pomeriggio di calma e relax. Montammo il barbecue e cuocemmo, la carne di cui sopra, che assieme al pane abbrustolito con un filo di olio, completò il quadro di un perfetto pomeriggio all’insegna della genuinità retrò.

Scorcio di San Leucio

Scorcio di San Leucio

Come previsto l’ora del pranzo divenne il pomeriggio del pranzo. La musica, il fuoco, e le chiacchiere dilatarono incredibilmente la nostra percezione del tempo. Decisi, quindi, di fare una passeggiata un po’ per smaltire il luculliano pranzo ma anche per conoscere qualcosa in più di San Leucio, fino ad allora completamente sconosciuta. Essendo giorno di festa non trovai anima viva in giro e la cosa oltre che  rilassarmi contribuì a creare nell’aria un’atmosfera alquanto suggestiva. Casa nostra si trovava a due passi dalla principale Piazza del Municipio. Qui, proprio dinanzi al palazzo del comune si stendeva un ampio spiazzale composto da migliaia di ciottoli grigio chiaro e scuro. Alle spalle dell’edificio si nascondeva una terrazza da cui era possibile ammirare tutti i paesini sottostanti. La veduta era indiscutibilmente bella ma io mi soffermai su alcune giostrine un po’ più lontane. Mi venne subito l’idea di parcheggiarvi il figlioletto della mia amica. Non me ne vogliano le donne, ma non brillo di istinto materno, ma per rassicurarvi vi dico che subito dopo sono tornata a riprenderlo.

Continuai il mio giro e arrivai dinanzi alla Chiesa di San Leucio. L’aspetto era molto semplice e austero. Sul lato destro si ergeva, non troppo grande, il vecchio campanile, sulla cui parete vi era scolpito un orologio ancora funzionante. L’antica chiesetta si sposa perfettamente con il resto dell’architettura della città. Tutti i palazzi non vanno oltre il XVIII secolo. Eccezione fatta per qualche caffetteria, in effetti, San Leucio si può dire che non ha subito alcun cambiamento e seppur per molti questo può essere un problema, chi ama il passato, qui può sempre ritrovarvi un degno testimone.

Altre due cose colpirono la mia attenzione durante la passeggiata. La prima fu il portone di Palazzo Zamparelli, ex residenza di Papa Pecci. La porta è circondata da un arco in marmo bianco, ai cui lati vi sono scolpite due margherite, con in alto al centro una strana figura. La porta è quanto di più semplice vi possa esistere. Piccola e in legno rosso consumato. Di sicuro è anni luce lontana dallo sfarzo del settecento, ma cosa posso dirvi… sono le cose più semplici che esercitano su di me maggior fascino.

Nicchia votiva di San Leucio

Nicchia votiva di San Leucio

Il secondo oggetto della mia curiosità  fu una piccola nicchia votiva in pietra, al cui centro vi è un affresco, con immagine sacra, protetto da una griglia in ferro.  Presi le distanze per focalizzare meglio l’immagine e immortalarla con la mia fiammante macchina fotografica ma questo fuoco venne subito spento da insidiose goccioline d’acqua che mutarono senza che me ne rendessi conto in fittissima pioggia.

Non ebbi scelta. Cominciai a correre verso casa, in fondo non ero così dispiaciuta. Il pranzo lo avevo digerito e cosa ancora più importante avevo fatto in tempo a conoscere i piccoli segreti della piccola San Leucio.

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