19 Giugno 2008

Gottasecca, nel vuoto del tempo

di Lorenzo Rulfo (Blog Gottasecca. Racconti di Viaggio)

Il nome incuriosisce subito, Gottasecca, come un presagio. E si ha l’impressione che, una volta entrati, qualcosa ci debba colpire per forza, forse una sensazione, un odore, un suono. La strada che da accesso al paese è tortuosa e lunga, siamo in viaggio da circa un’ora partiti a metà mattina da Savona. Avanziamo tra noccioleti e boscaglia, e superato il negozio di alimentari (che scopriamo essere anche tabaccheria, cartoleria, giornalaio, negozio di giocattoli e fioraio) eccoci nella piazza principale. Tutto normale: case, il municipio, il campo di pallapugno, ciottoli per terra. Tutto normale. La lunga via in discesa che attraversa il centro storico è affascinante, sforzandoci possiamo tornare indietro con la mente di settecento, ottocento anni, a immaginarci cavalieri e dame, a ricordarci la stirpe Aleramica, Adelasia Del Vasto, delegazioni a cavallo, come nei mille castelli cresciuti come funghi nelle limitrofe terre di Langa. Ma in realtà, nel paese, non c’è nulla di strano.  Certo, non è un brutto paese, anzi, la sua storia affascina, ma a Gottasecca ci aspettavamo qualcosa, Dio sa cosa. Quasi viene voglia di andarsene, delusi, dal non avere trovato nulla. Poi riflessioni per qualche secondo, nulla, eccola la chiave: il paese è vuoto.

Non piccolo, a guardare la quantità di case, porte, finestre, pare possa ospitare un migliaio di persone. Ma è vuoto, sembra abbandonato, lievissimi segni di ristrutturazioni antiche già scompaiono al peso di edere e terra, polvere che copre i muri prepotente e segni di lontani passaggi di carri. Il sole che entra violento dona una vaga sensazione di allegria, un paese fantasma. Ma consultando le carte gli abitanti ci sono, un centinaio per la precisione. E infatti seduto su una sdraio, lento al riposo del non fare nulla un signore, sui settanta, ci sorride, ci scruta, alieni, forse, per lui. Ci avviciniamo, e senza nessuna formalità comincia a parlare.

un fiore solo in un vasoTutti vivono fuori, pochissimi sono rimasti.” Cita parole come la depressione, e abbandono, e vuoto. Parla a lungo, senza smettere, senza dare il tempo di rispondere, quasi per annegare nelle parole la malinconia; la sua pelle è bruciata dal sole e gli occhi, gli occhi sembrano bagnati di lacrime.  E un senso di tristezza subito contrasta col sorriso che gli si dipinge in volto. Lui è qui da sempre, forse è l’essenza di questo paese.

Ci allontaniamo pochi minuti dopo, felici di ciò che ci si è impresso dentro. Gottasecca, un luogo poco abitato, un paese abbandonato. E un vecchio, la sua anima. Come un fiore, lasciato solo, in un vaso.

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