4 Luglio 2008

Un viaggio per vincere la superstizione, alla scoperta di una terra meravigliosa

di Anna Di Maio (Blog Cefalù. Racconti di Viaggio)

In una calda serata d’agosto ebbe inizio l’ennesima avventura che mi avrebbe portato alla scoperta della Trinacria. Il treno per Cefalù era arrivato puntuale in stazione, e quando notai che era fermo al binario 17, un leggero brivido percorse la mia schiena. Non sono superstiziosa, ma da buona ragazza del sud iniziai a fare i miei scongiuri, che non dovettero, però, essere molto efficaci!!!
Infatti, l’afa iniziava a farsi sentire ed avevo la bocca arsa. Accanto al binario notai un distributore automatico, mi avvicinai per prendere una bottiglia d’acqua fredda, e dopo aver inserito le monetine e seguito tutte le indicazioni, allungai la mano nell’apposito vano che, con mia grande sorpresa risultò essere completamente vuoto!!! Iniziò così il mio viaggio!

Quando arrivai alla stazione di Cefalù era ormai mattina, ed un signore dal volto simpatico venne a prendermi con il suo monovolume bianco.
Percorremmo una grande strada assolata, ed il mio Cicerone, lungo il percorso, mi spiegava tutto ciò che avrei dovuto sapere su quella bellissima città. Ad un certo punto svoltammo in una stradina sulla destra, attraversammo un minuscolo passaggio a livello e ci inerpicammo per un’erta salita. Finalmente giungemmo al B&B: una villetta su due piani con un ampio giardino ed un meraviglioso terrazzo da dove si godeva della vista di tutta la città. All’orizzonte si intravedevano grandi barche che riposavano in mezzo al mare cullate dalle onde. Una leggera brezza mi sfiorava il viso, e quando mi voltai, il simpatico albergatore era accanto a me, che mi avvisava di aver preparato la mia colazione.

Cefalù - SpiaggiaMi soffermai sull’ampio terrazzo, e mentre sorseggiavo il mio caffè, ero intenta a scorgere i mille riflessi del mare, che ora sembrava tingersi di blù, ora di azzurro, ora di un azzurro più intenso. Le case e le strade, poi, brulicavano di vita, le auto circolavano allegramente per la città, in un clima disteso e tranquillo.
Dopo aver avuto le informazioni necessarie per non perdermi, mi avviai verso il centro, desiderosa di scoprire ciò che avevo visto in lontananza dal giardino della villa.
Iniziai a percorrere una grande strada alberata, ma fui sopraffatta da una sinfonia bandistica che suonava una nenia molto triste e struggente.
Mi accorsi che veniva verso di me un corteo di musicisti posti dinanzi ad un carro funebre seguito a sua volta da un nugolo di persone, che composte nel loro dolore, accompagnavano il feretro.

Cefalù - CattedraleProseguii oltre e giunsi in Piazza Garibaldi, tale nome mi era familiare, ma non aveva nulla a che vedere con il luogo caotico da me conosciuto.
Questa piazzetta piccola e raccolta era stata teatro della fucilazione del patriota del Risorgimento cefaludese Salvatore Spinuzza, una lapide posta accanto alla chiesa dell’Addoloratella ricordava tale evento.
Le strade erano piene di turisti dai grandi cappelli bianchi, con shorts e magliette dai colori sgargianti, che davano un tocco di colore a quelle stradine ricche di storia.
Passai davanti ad un’antica farmacia, dove facevano bella mostra di sé alcuni antichi vasi che dovevano contenere spezie e medicinali, e poi ancora davanti a vari negozietti. Giunsi in piazza Duomo. Un’infinità di scalini mi separavano dall’ingresso della chiesa che maestosa si ergeva dinanzi ai miei occhi. Salii i gradini tutti d’un fiato e arrivai sul sagrato, circondato da un lungo cancello, allorquando feci ingresso nel duomo l’immagine del Cristo “Pantocratore” raffigurato sull’abside nell’atto di benedire i fedeli mi colpì. In particolare l’espressione degli occhi grandi ed intensi che sembravano scrutare e penetrare i sentimenti più reconditi dell’animo umano.
Lasciai ai piedi dell’altare una preghiera e proseguii oltre.

Passeggiando per il centro storico, tra palazzi antichi e graziose piazzette sipario di chiese incantate, avvertivo nell’aria un intenso profumo: su un bancone, ai lati della strada, erano adagiati su un vassoio i famosissimi arancini siciliani, fumanti e dorati. Mi sentii in dovere di assaggiarli. La panatura croccante faceva da contrasto alla morbidezza del ripieno di mozzarella, riso e salsa.
Con il cartoccio caldo ed un po’ unto tra le mani, proseguii la mia passeggiata per la città.

Arrivai alla Chiesa dell’Itria, ed in fondo notai delle scale, che salivano verso una terrazza.
Mi fermai sul ballatoio delle scale, da lì si poteva ammirare il mare azzurro disseminato da tanti speroni di roccia che spuntavano dalle profondità marine. Era lo Scoglio Ubriaco, detto così perché, nei tempi antichi, a seguito di una forte tempesta una nave carica di botti di vino si schiantò contro la scogliera riversando in mare fiumi e fiumi di quel nettare tanto caro al dio Bacco, tanto che le acque cristalline si tinsero di rosso.
Sugli scogli erano sistemati una serie di ponti e passerelle, con tavoli e sedie, era stato, infatti, creato un ristorante direttamente su quell’aspro sperone di roccia.
La poesia e l’incanto di quel luogo immerso nel centro storico, vicino al cuore pulsante della città, eppure così silenzioso, lontano dai rumori e dalla calca di turisti perché situato un po’ nascosto alla vista, in una traversa laterale, penetrava il mio spirito consentendomi di perdermi nei meandri dei miei pensieri, delle mie fantasie, dei miei desideri.
Sulla terrazza che si trovava al culmine delle scale, era sistemato un palco, e davanti allo stesso delle sedie, probabilmente vi era stato un qualche spettacolo la sera precedente.

Guardai l’orologio e mi accorsi che erano le tredici passate, si era fatto tardi, così diedi un ultimo sguardo a quel paesaggio aspro, e mi allontanai.

(Foto di  Clemensfranz in licenza GFDL e di Bernhard J. Scheuvens in licenza Creative Commons)

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