8 Dicembre 2008

L’altra città dello stretto

di Andrea Bonfiglio (Blog Villa San Giovanni. Racconti di Viaggio)

Mi trovo a bordo del traghetto da più di trenta minuti e ho deciso di attendere qui il momento di partire.
Il viso è accarezzato da una fresca brezza che viene dal mare: un toccasana per la pelle tediata dal sole. La quiete tipica dei posti di mare non è certo di casa da queste parti e la presenza del porto ne è un indizio piuttosto esplicativo. Le voci dei marinai, dei macchinisti e dei viaggiatori che affollano questo scorcio di Villa San Giovanni si confondono costantemente con i rumori metallici delle imbarcazioni.

Veduta Porto

Veduta Porto

Osservo, silente, il paesaggio che si apre davanti agli occhi: di fronte a me la suggestiva città di Messina, adagiata dolcemente sul tratto orientale della costa siciliana; ai fianchi, come in un gioco di specchi, un’infinita distesa d’acqua increspata che si congiunge all’orizzonte con un cielo magnificamente terso; alle spalle, il cuore della cittadina che pulsa ardentemente.

Le strade accolgono migliaia di auto, alcune guidate dai cittadini locali alle prese con la quotidiana routine e altre da forestieri intenti a godersi un viaggio di piacere.

Un pizzico di malinconia mi assale quando un’uggiosa domanda si fissa nella mente: quanti viandanti hanno solcato le vie di questa splendida terra di passaggio senza mai ammirarne le bellezze?
La risposta è ovvia, come altrettanto ovvio è il destino di una zona di transito: dal “continente” verso l’isola e viceversa, milioni di persone occupate ad attraversare un incantevole lembo di Calabria senza poterlo vivere. Nessuna traccia nella memoria delle graziose chiese di Maria Santissima Immacolata e di Maria Santissima del Rosario; nessun ricordo delle rovine dell’ex lido Cenide, delle piazze, dei vicoli, della gente comune…

D’improvviso però ogni riflessione viene interrotta da un forte rumore di ferraglie: è un treno del quale, sporgendomi dalla balconata, riesco a notare il locomotore e che si appresta a penetrare nel ventre schiuso del traghetto. Osservo il portellone sollevato e, in pochi minuti, vedo lentamente sparire i vagoni.
Poco distanti, accomunate da un analogo fracasso, automobili schierate in lunghe file che a passo d’uomo percorrono la rampa che conduce sull’imbarcazione.

Dai sorrisi dei turisti non appare alcun velo di tristezza. Io, al contrario, consapevole di ciò che si sono persi mi rammarico per loro. Fortunatamente ho avuto il tempo di passeggiare per la città, potendo così gustare tutto quel che aveva da offrirmi, compreso un sensazionale caffè assaporato pienamente in un elegante bar del centro.

Il baccano è ormai cessato ed è sostituito dal brusio della gente: un mix di accenti nostrani e qualche cadenza straniera si fondono in un insolito ritornello. D’un tratto ci muoviamo. Per uscire dal porto, il traghetto avanza lentamente tra le acque che riflettono il sole. Pian piano la velocità di crociera aumenta e nella curva della rotta si ammirare una scia biancastra che adorna l’intenso blu del mare.

Le case, gli alberi e le strade di Messina si fanno sempre più grandi: l’altra città dello stretto ormai è lontana.

(Foto di Racchets in licenza GFDL)

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