4 Dicembre 2008

Castelli e le sue maioliche

di Valeria Gatopoulos (Blog Castelli. Alla Scoperta della nostra Italia)

La prima volta che visitai Castelli ne rimasi affascinata: avevo otto o nove anni eppure, ancora oggi, rivedo in maniera nitida ogni vicolo, ogni bottega.

Guardando le maioliche che ho qui in cucina, ripenso a quella splendida domenica d’estate quando, con i miei genitori e un gruppetto di amici, decidemmo di andare a fare un giro in montagna.
Quel giorno, a differenza delle altre volte, non concordammo per la solita scampagnata, ma per un bel giretto turistico. Finimmo così in quel di Castelli: un piccolo paese di circa millequattrocento abitanti che sorge in provincia di Teramo, immerso tra le meravigliose montagne dell’isola del Gran Sasso d’Italia.

Castelli è famoso in tutta Italia per le sue maioliche e la sua storia affonda le radici nel medioevo: il borgo pare sia nato come rifugio per le popolazioni vicine, che si arroccarono in questo luogo strategico per difendersi dagli attacchi dei briganti.

La zona su cui sorge presenta un terreno argilloso e ricco d’acqua e ciò spinse, in epoca remota, alcuni monaci a sfruttare queste risorse naturali per dar vita alla tradizione delle ceramiche.
Si racconta che furono gli stessi monaci a iniziare gli abitanti a questa attività artigianale e che da qui l’arte delle maioliche sia stata poi diffusa nell’Italia meridionale ai tempi della colonizzazione greca.

In questo piccolo borgo cominciarono a sorgere le prime botteghe artigiane, che esportavano i prodotti anche nei paesi limitrofi. Fondamentalmente però, fino al 1600, la tradizione rimase confinata nella regione abruzzese; solo successivamente venne apprezzata anche nel resto d’Italia e all’estero tanto che, ancora oggi, nel Louvre di Parigi e al British Museum di Londra, sono conservati alcuni antichi manufatti castellani.

A ben pensarci, la cosa non mi meraviglia affatto! Ricordo perfettamente la passione con cui quegli artigiani, dalle mani rugose e tremanti, lavoravano l’argilla; era impressionante vedere come riuscissero a dar corpo a una moltitudine di vasi, piatti, vassoi, tazzine e tanti piccoli accessori.

In un affascinante itinerario alla scoperta della tradizioni artigiana, ogni bottega proponeva un preciso momento della lavorazione artistica della ceramica.

Ricordo che fuori a un piccolo laboratorio c’era un giovane che fumava un sigaro, seduto su una seggiola di legno; davanti a lui, tante piccole anfore ad essiccare. Con tutta l’innocenza spontanea dei bambini, mio fratello gli chiese come facevano i vasi marroni a diventare colorati. Più tardi capimmo che la colorazione era una delle ultime fasi della lavorazione: quelle anfore una volta essiccate sarebbero state cotte in forni speciali, con minuziosa cura in modo da evitare che un eccessivo o troppo blando calore rovinasse tutta l’opera. Terminata poi la cottura, il prodotto sarebbe stato rivestito con una pasta particolare che lo avrebbe reso opaco e pronto per essere dipinto a mano.
Più avanti, infatti, una ragazza dipingeva un vaso in maniera meticolosa e commovente: la sua arte dava vita a paesaggi colorati, racconti e perfino poesie.

Una nuova cottura e una smaltatura finale, avrebbe lucidato e immortalato i disegni, rendendo al contempo la ceramica viva ed emblema della passione dell’artigiano.

Ricordando questa visita a Castelli, mi ha fatto tornare in mente quel tepore e quel senso d’antico che questo piccolo borgo trasmette.  Visitare Castelli è perdersi in antiche tradizioni, scoprire un mondo lontano animato da usi, costumi e colori intensi e particolari.

(Foto concesse da Giovanni Lattanzi)

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