6 Aprile 2009

Dall’epoca romana, la perla friuliana al confine veneto

di Alessandro Mascia (Blog Sesto al Reghena. Alla Scoperta della nostra Italia)

Piccolo scorcio dell'abbazia "Santa Maria in Sylvis"

Scorcio dell'Abbazia Santa Maria in Sylvis

Sesto al Reghena è uno degli ultimi baluardi friulani prima di entrare in Veneto. E’ situato praticamente al confine tra le due regioni, nella parte sud occidentale del Friuli-Venezia Giulia.

La nascita del borgo può essere fatta risalire all’epoca romana, come per moltissimi paesi della zona; a conferma di questa tesi, numerosissimi sono i reperti archeologici che sono stati rinvenuti nella zona. Come ulteriore riprova della romanità di Sesto, si può annoverare anche il suo stesso toponimo. Il paese era, infatti, una cosiddetta statio, ossia un avamposto militare, che trovava collocazione al sesto miliario (ovvero a sei miglia) della strada che collegava Concordia con il Norico, un’antica regione romana che ora è situata in Austria.

Sotto la dominazione longobarda, Sesto (ancora non “al Reghena” dato che la denominazione arriverà solo nel 1867) si sviluppò notevolmente, ma fu solo una parentesi felice. Gli Ungheri, nelle loro scorribande, ben presto, la rasero praticamente al suolo. Il paese rifiorì nuovamente nel Medioevo, grazie all’annessione dell’Abbazia Santa Maria in Sylvis e dei suoi territori al dominio feudale del Patriarcato di Aquileia, fino a quando nel 1418 ci fu l’invasione della Serenissima. Con il trattato di Campoformido, nel 1797, si pose fine alla vita della Repubblica Veneta e nell’Ottocento il territorio di Sesto si intrecciò con le vicende del Regno Lombardo-Veneto, fino all’annessione al Regno d’Italia. L’attuale denominazione cittadina risale, infatti, proprio al 1867, quando il Friuli viene annesso alla neonata Italia e, grazie a Regio Decreto, le viene aggiunta la denominazione “al Reghena”, con ovvio e chiaro riferimento al fiumiciattolo che attraversa il paese, al fine di evitare omonimie con le altre “Sesto”.

Nonostante le dimensioni ridotte, Sesto al Reghena è un piccolo tesoro. A renderla tanto preziosa, alcuni elementi caratteristici: in primis la già citata celeberrima Abbazia “Santa Maria in Sylvis” e, nelle varie frazioni, diversi luoghi di indiscutibile interesse. Uno su tutti si trova nella frazione di Venchieredo ed è la fontana descritta ampiamente da Ippolito Nievo in “Confessioni di un Italiano” e ripresa poi, più volte, da Pier Paolo Pasolini.

L’abbazia è uno dei luoghi di interesse più visitati in regione. Non è da escludere, inoltre, che ogni bambino cresciuto in Friuli Venezia Giulia, l’abbia visitata almeno una volta, dato che è costume di tutte le scuole elementari (e non solo) di programmare una visita guidata in questo luogo. Il nome dell’abbazia deriva dal latino: nessun problema a capire il Santa Maria, mentre in sylvis significa nel bosco, proprio perché l’abbazia era immersa nella selva. La fondazione è dell’VIII secolo d.C. e seguì fortemente l’andamento di Sesto: prospera durante la dominazione longobarda; quasi rasa al suolo durante l’invasione degli Ungheri; sotto il dominio feudale nel Patriarcato di Aquileia; sottomessa alla Serenissima e via via fino ad arrivare a oggi. All’interno della basilica è possibile ammirare una miriade di affreschi di diverse date e di diversi autori.

Come anticipato, qualche chilometro più in là, avvicinandosi ulteriormente al veneto, si trova una fontana: la grande bellezza del luogo, immerso nella natura e la fama donatale da Ippolito Nievo l’ha fatta divenire di interesse nazionale. Era il 1857/58 e Ippolito Nievo, letterato padovano, stava scrivendo “Confessioni di un italiano”. Nel quarto capitolo dell’opera, il protagonista Clarino narra di alcune vicende che si svolgono proprio a Venchiaredo e si lancia in un’accurata descrizione della fontana: “C’è una grande e limpida fontana che ha anche voce di contenere nella sua acqua molte qualità refrigeranti e salutari. Ma la ninfa non credette fidarsi unicamente alle virtù dell’acqua per adescare i devoti e si è recinta di un così bell’orizzonte di prati di boschi e di cielo, e d’un ombra così ospitale di ontani e saliceti che è in realtà un recesso degno del pennello di Virgilio questo ove piacque di porre sua stanza”.

Infine, altra cosa da non lasciarsi scappare a Sesto, sono i Prati Burovich, che nella denominazione comprendono il nome degli ultimi proprietari e rappresentano una testimonianza delle sistemazioni agrarie tra il Settecento e l’Ottocento. Sul lato sinistro del fiume Reghena, flora e fauna sono quelle tipiche della zona: varie specie di uccelli, scoiattoli e, con un po’ di fortuna, si possono anche vedere le volpi. Ex proprietà privata, il luogo è stato acquistato dalla Regione che, dopo averlo sistemato, l’ha reso pubblico a tutti coloro che amano passeggiare tra la natura.

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