7 Maggio 2010

Un monumento, un eroe e una sfida che continua

di Marcello Di Sarno (Blog Padula. Racconti di Viaggio)

Per nulla al mondo mi sarei perso l’ultimo weekend della “settimana della cultura”, per visitare gratuitamente un monumento ancora da me inesplorato. Dopo aver consultato la mia personale lista dei siti campani “vergini”, ho optato per quello più grande: la Certosa di San Lorenzo a Padula, nel cuore del Cilento.
Arrivare da Napoli è un gioco da ragazzi, se non fosse per quel famigerato tratto dell’A3 che da Sala Consilina in poi procede a zig zag per diversi chilometri. Dall’uscita Padula-Buonabitacolo grazie a un’efficiente rete di indicazioni stradali, si giunge alla certosa in venti minuti circa.

La Certosa di San Lorenzo vista dall'alto

Il cielo di domenica 25 aprile non si presentava così limpido, però dava l’idea che avrebbe retto per tutta la giornata. Attingendo a una guida, il mio navigator “umano”, durante il tragitto in auto, m’informò che la certosa di Padula, voluta nel 1306 da un certo Tommaso Sanseverino - ultimo rampollo della potente famiglia salernitana che ebbe nella baronia del Cilento uno dei suoi feudi principali e che controllò fino alla metà del XV secolo - è la più grande, per dimensioni, tra quelle presenti in Italia. Un’opera in fieri per quasi tre secoli, fino alla definitiva sistemazione maturata nel Seicento, che ne ha fatto la più alta manifestazione del barocco nella zona del Cilento.

Lasciata l’auto in un agriturismo sito a 100 metri dalla nostra area d’interesse, pochi minuti dopo ci trovammo davanti al grande portale in pietra che fa da ingresso alla spaziosa corte esterna - luogo utilizzato in passato per scambi commerciali - e al complesso monastico vero e proprio. Il tempo di una foto davanti alla maestosa facciata cinquecentesca, d’inconfondibile impronta barocca, ed entrammo.
I visitatori erano numerosi e la maggior parte di essi si era organizzata in gruppi, che si affidavano alla guida reclutata sul posto. Ci accodammo a un gruppo proveniente da Bari, molto allegro, per ascoltare la descrizione dei luoghi di volta in volta visitati.

In primis, vedemmo la chiesa intitolata a San Lorenzo, insolita nella sua divisione netta in due aree, destinate una ai “padri” - ossia i monaci che osservavano una rigida vita di clausura - e l’altra ai “conversi” - quelli a cui al contrario era concesso avere rapporti con l’esterno - e separate da una cancellata invalicabile. Una certa suggestione visiva l’ebbi nel fissare il pavimento, disegnato a quadrati e triangoli, il cui effetto tridimensionale traduceva il costante anelito dei certosini verso il regno dei cieli.

Un aspetto curioso: all’uscita dalla chiesa la guida ci indicò una piccola bacheca contenente una piantina della certosa, su cui erano affisse delle puntine recanti sulla testa una lettera. In pratica, ogni lettera stava a indicare l’iniziale del nome di un monaco e, quotidianamente, le puntine venivano riposizionate secondo i compiti assegnati ai singoli monaci. Una sorta di risiko ante litteram se vogliamo!
La visita alla cucina mi rese assai simpatici i certosini, perchè venni a sapere che osservavano una cucina vegetariana, anche se non proprio in forma integrale: mangiavano pesce, formaggi e uova. A proposito di quest’ultimo alimento, la guida non mancò di citare il celebre aneddoto, dal chiaro sapore leggendario, della frittata di 1000 uova cucinata per Carlo V.

Certosa - chiostro grande

Un colpo d’occhio da togliere il fiato è quello che ci riservò il chiostro grande, senza pari in Europa, il che vuol dire nel Mondo - dal momento che la certosa è un fenomeno architettonico esclusivo del Vecchio continente. Un rettangolo verde, trionfo di quiete e spiritualità, racchiuso da un magnifico colonnato che separa le celle dei monaci dal “desertum”, così come veniva chiamato il giardino, quale simbolo di solitudine.
Su un lato di quest’ultimo ecco il cimitero, che i monaci erano costretti a guardare nel loro procedere verso la chiesa. Questo costante rapportarsi con la morte, con l’aldilà, è un cardine del credo certosino, sintetizzato nel motivo della “graticola” che ritorna in molti ambienti e nello stesso disegno architettonico della certosa.

Lo scalone dai forti richiami vanvitelliani, la casa del priore e lo sconfinato parco circostante, gli ultimi scatti di questa suggestiva visita, a margine della quale ricevemmo, da un operatore del posto, un invito a prolungare il nostro soggiorno per fare un salto su, al centro di Padula.
Un nome in particolare pronunciato da quella persona catturò la mia attenzione: Joe Petrosino, la cui casa natia, nel cuore storico del comune cilentano, era stata adattata a vero e proprio museo.
Mi piacerebbe, come accade per altre illustri personalità del nostro Paese, non dover spiegare chi era Joe Petrosino, immaginando che le sue gesta siano, oggi, patrimonio comune di tutti gli italiani. Ahimè, in un paese senza memoria o, peggio ancora, dilaniato da troppe memorie “di parte”, qual è oggi l’Italia, la mia spiegazione non appare scontata.

Joe Petrosino fu uno dei tanti italiani che, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, andarono a cercare miglior sorte nelle terre d’oltreoceano, al caro prezzo di vedersi schiavizzati e discriminati dalla popolazione indigena. Joe fu uno di quei pochi a lottare e vincere contro questa mentalità. La sua carriera di poliziotto, costellata di primati ancor oggi insuperati - 700 arresti in un anno, 20.000 criminali messi dietro le sbarre, solo per dare qualche cifra - lo portò a entrare nel Bureau, l’antesignano del moderno FBI, che allora raccoglieva i cinque più abili investigatori di New York. Il suo più grande merito resta quello di aver dato un’identità alla cosiddetta Mano Nera, come veniva chiamata a quell’epoca la mafia, individuandone le radici in Sicilia, dando vita al primo “pool antimafia” della storia.
Quello che non sapevo lo trovai documentato nella sua casa museo, la cui istituzione e organizzazione si deve al suo pronipote, Nino Melito.

Casa museo di Joe Petrosino - sacrario

All’ingresso della casa fui colpito dalla vista delle tre bandiere - dell’Europa, dell’Italia e degli Stati Uniti - e da una targa che ricorda l’anno di nascita e di morte, da cui dedussi che l’anno scorso era stato celebrato il centenario della morte. Oltre la soglia del portone di legno, fui risucchiato in un mondo di oggetti d’uso quotidiano, di ritratti d’epoca, di foto e di articoli di giornale, di stralci di sue dichiarazioni, che raccontavano la vita di un eroe: tale è considerato, ancora oggi, negli Stati Uniti - lo stesso Presidente Obama, in linea con i suoi predecessori, ha voluto stringere la mano al pronipote di Joe -, meritevole di una giornata dedicata interamente a lui, di manifestazioni in suo onore e di dare nome a strade, scuole e associazioni.
Nel contempo, quelle immagini denunciavano che lo stesso personaggio in Italia, arrivò ad ispirare niente di più di uno sceneggiato, negli anni Settanta, e di una fiction, ai giorni nostri.

In due stanze di quella casa trovai due grandi verità, così tragicamente attuali. La prima dietro una tenda blu che nasconde un piccolo sacrario: al centro la divisa di poliziotto indossata da Petrosino, in alto quattro ritratti di eroi e in basso una targa che ricorda chi sono stati e cosa rappresentano per il loro paese: “Petrosino, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino… e la sfida continua”.
La seconda verità drammatica mi assalì davanti a una serie di valigie di cartone, legate con lo spago, e alle loro spalle le immagini di volti tristi e segnati dalla fatica: i volti degli immigrati meridionali di oltre un secolo fa, così maledettamente somiglianti a quelli di molti immigrati stranieri dei giorni nostri.

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2 commenti a “Un monumento, un eroe e una sfida che continua”

  1. Kris scrive:

    Un racconto di viaggio spiritoso, dettagliato e molto toccante, sia per quanto concerne la vita monastica dei vecchi tempi, sia per la testimonianza del nostro eroe Petrosino. Complimenti!
    Molti anni addietro la mostra su Petrosino venne allestita in un locale della corte esterna della Certosa e lì io ebbi modo di avere conoscenza della sua intensa e rischiosa vita

  2. Marcello Di Sarno scrive:

    Una giornata che porterò sempre con me, sia per le emozioni che per gli insegnamenti di vita che mi ha trasmessi.
    Mille grazie per gli apprezzamenti, Kris
    :-)

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