2 Luglio 2008

Quel “gene” al di qua del Garigliano

di Marcello Di Sarno (Blog Aversa. Interviste Giornalisti)

Il giornalista di Aversa Paolo Esposito* intervistato per Comuni-Italiani.it

Chi o cosa ha fatto scattare in lei la scintilla del giornalista?
La domanda me ne ricorda un’altra, quasi da copione, cioè, giornalisti si nasce o si diventa? Se sgomberiamo il campo dalla teoria genetica, se togliamo cioè i padri, i parenti, i raccomandati e tutti quelli che hanno un “santo” in paradiso, la risposta è che giornalisti si diventa. Ed è quello che auspico anche per me, perché, pur essendo già giornalista pubblicista Paolo Esposito(oggi ha 22 anni N.d.R.) e avendo incontrato questa passione tra i sedici e i diciassette anni - quando andai a bussare letteralmente alla porta della redazione di un giornale - credo che nel giornalismo, più che altrove, bisogna essere innanzitutto modesti, perché non si finisce mai di imparare.
Dopotutto credo di aver da sempre avuto nel DNA il gene del giornalismo, quella che Enzo Biagi chiamava vocazione, ma che io ho sempre chiamato voglia di “giocare” a fare il giornalista. Quasi a fare da eco a Biagi, Indro Montanelli diceva che i giovani vanno buttati a mare per vedere se sanno nuotare ed io in questo mare mi ci sono buttato da solo a capofitto.
Sono tanti gli episodi che mi hanno avvicinato al giornalismo, tutti uniti da un filo conduttore, la curiosità per ciò che mi circonda e la denuncia delle cose che non vanno nella terra in cui vivo. A dieci anni scrissi con i miei amici una lettera al sindaco di Teverola, il paese in cui abitavo, lamentando la mancanza di un campo di calcio. La notizia suscitò interesse, fu ripresa dalla stampa locale e il sindaco decise di riceverci in comune per ascoltare le nostre ragioni. Il campo di calcio è arrivato… ma dopo altri dieci anni.
Ricordo con entusiasmo anche l’inaspettata vittoria della X Edizione del Concorso “Fondazione FIDAPA” 2004 con un’inchiesta sull’emergenza rifiuti in Campania, tuttora irrisolta, e una memorabile lezione del mio professore di italiano su “Il Caffè”, il periodico più importante e prestigioso della cultura illuministica italiana nato a Milano nel 1764 ad opera di Pietro Verri, che ha ispirato il mio primo articolo dal titolo eloquente, “Na tazzulella ‘e cafè”, sulla mancanza di un caffè letterario nella città di Aversa, arrivato tra l’altro proprio pochi mesi fa. Filosofia, quella del caffè di Verri, che è legata anche alla nascita del blog caffenews, il ponte telematico tra Nord e Sud Italia di cui dalla Campania sono autore insieme all’emiliana Marianna De Rosa e che, grazie al successo mediatico, è diventato punto d’incontro per chi ha lasciato il Mezzogiorno.

Che ruolo ha avuto Aversa nel suo percorso professionale?
Aversa e in generale la Campania ha avuto e sta avendo un ruolo fondamentale nel mio percorso non solo professionale, ma anche personale. Mi dico sempre che se fossi nato altrove, che so, in qualunque altra città che non sia nel Mezzogiorno d’Italia, non avrei né deciso di studiare Giurisprudenza, né tantomeno di “giocare” a fare il giornalista.
E’ il contesto in cui si vive che ci fa acquistare quella sensibilità e quei valori che molto probabilmente non potremmo scoprire mai del tutto in una grande città al di là del Garigliano o comunque in una regione meno oppressa della mia. Il comprensorio in cui vivo, il ben noto agro aversano, sta rappresentando per il sottoscritto una vera e propria scuola di giornalismo sul campo che, secondo me, è la migliore, la più realistica, quella che ti fa consumare le suole delle scarpe.

Attualità. Come vive Aversa l’emergenza sicurezza che attraversa l’intero Paese?
Aversa e tutto l’agro aversano, dopo i recenti fatti di cronaca legati al clan dei Casalesi e al processo “Spartacus“, nell’ultimo periodo è rimbalzata ripetutamente sotto i riflettori dei media nazionali. Rimarranno nella storia due puntate della trasmissione di Michele Santoro, Anno Zero, quella dal titolo “Ritorno a Gomorra” con ospite Roberto Saviano e l’altra, “Prove d’orchestra”, con Sandro Ruotolo in collegamento da Casal di Principe.
E’ chiaro che l’emergenza sicurezza qui si traduce in particolar modo nel problema della camorra imperante e del sistema del malaffare di una potente organizzazione criminale che per anni ha agito indisturbata, intrecciandosi o sostituendosi allo Stato, senza che ci fosse un benché minimo interesse a livello nazionale. Con Gomorra è stato sprovincializzato un fenomeno prima sconosciuto al resto dell’Italia, ma che comunque aveva sempre avuto i propri tentacoli anche al Nord e all’estero.
In risposta alla recente offensiva criminale di questo clan a Casal di Principe è stato istituito un polo investigativo per rendere più incisiva l’azione di controllo e contrasto e per coordinare e pianificare azioni di ampio raggio nell’agro aversano e in tutta la provincia di Caserta.

Attraverso quali appuntamenti o progetti può cambiare il volto della città?
Aversa può e deve cambiare in meglio il suo volto partendo dal basso, attraverso il risveglio culturale della città. Se è vero che l’input deve partire dai politici che abbiamo votato e che in più occasioni si sono dimostrati più attenti agli interessi personali e alle beghe politiche, piuttosto che ai problemi della collettività, credo che una ventata di cambiamento debba provenire innanzitutto dai cittadini che abitano questo territorio. Cittadini che sembrano però assopiti, in letargo, direi assuefatti a uno stato di cose che non è normale, ma che lo diviene nel momento in cui chi vive, o sopravvive, il territorio vi si abitua al punto tale, da non rendersi conto più delle cose che non vanno.
Aversa ha una miriade di associazioni, ognuna intenta, con i propri mezzi, a migliorare qualcosa di questa città. Dopotutto noto una certa dispersione di forze che in molti casi porta a pochi risultati, sarebbe quindi auspicabile mettere in rete tutte queste associazioni per il rinascimento di un comprensorio “morto” sotto tutti i punti di vista.
Idea che dopotutto già so essere irrealizzabile in questa città, perché ho sempre notato una sorta di accanimento contro chi tenta di proporre un’unione di forze per uno scopo comune, forse perché, com’è tipico del meridione, nella mentalità di ognuno vi è sempre un familismo amorale e dove perciò è difficile che vi sia spazio per la vita sociale.

Lo scoop o la notizia legata ad Aversa la cui pubblicazione ricorda con grande orgoglio o partecipazione emotiva.
La notizia legata ad Aversa che ricordo con grande partecipazione emotiva è quella dell’attentato dinamitardo di alcuni anni fa al liceo scientifico Enrico Fermi e che mi ispirò di getto queste parole: “Mi aggiravo nel mio liceo ferito, tra magistrati, forze dell’ordine, testimoni, giornalisti noti, cameramen e fotografi in cerca di scoop. Il caso mi aveva portato lì, ironia della sorte avevo già in auto block-notes e macchina fotografica, poco dopo lo scoppio dell’ordigno ero già sul posto per fare la cronaca di un atto efferato e assurdo. Osservavo lo scheletro di quel bagno, i volti sgomenti dei miei ex-professori, gli agenti della Polizia Scientifica intenti nei loro rilevamenti, quell’aula accanto al luogo dell’esplosione in cui pochi anni fa c’era la mia classe. Per un momento mi sono sentito contrastato tra il Paolo “ex-alunno del Fermi” e il Paolo “giornalista”, ma poi d’un tratto, quasi con un gesto istintivo, ho cominciato a scattare foto ed ad intervistare i presenti. E’ stata la prima vera volta che mi sono sentito soddisfatto della mia passione!”.

Tra tecnologia digitale e giornalismo partecipativo (blog etc.), come vede il domani della sua professione?
Anche se nell’era del Web 2.0 i quotidiani cartacei si leggono sempre meno, non credo che il buon vecchio giornale scomparirà, ma si avvierà, come sta già facendo, verso un altro tipo di informazione, quella delle inchieste e dell’approfondimento giornalistico, lasciando man mano al giornalismo on-line, in particolar modo al cosiddetto citizen journalism, le notizie fresche di giornata. E’ chiaro che in quelle i quotidiani telematici e la tecnologia digitale battono quella su carta!
Visto però dalla parte di un qualsiasi operatore dell’informazione il mondo dell’editoria è particolarmente saturo, appare in una profonda crisi ed è difficile, almeno adesso che ho solo 22 anni, poter vedere un futuro solo da giornalista. A parte che, come mi ricorda spesso la mia nonna ottantenne, ne dovrò ancora mangiare di forni di pane, ma poi anche per il fatto che non mi sembra, nella situazione attuale, si possa vivere di solo giornalismo… da lì di pane ne arriva davvero poco. Dopotutto sono ottimista e la passione per questa professione non mi manca, per adesso studio e mi guardo intorno. Il futuro della mia professione? Magari nel giornalismo televisivo per cui mi ci vedo in modo particolare.

*Corrispondente da Napoli per StreetCam, nuovo format di approfondimento giornalistico prodotto dalla Link Campus University of Malta, trasmesso su Nessuno TV (Canale 890 di Sky). Collabora con il mensile campano Fresco di Stampa e cura i rapporti con la stampa per la Libreria Mondadori di Aversa. In passato ha collaborato tra gli altri con Il Denaro, Denaro TV, La Voce d’Italia, Narcomafie, Libera Informazione, TV Luna, La Gazzetta di Caserta, Il Giornale di Caserta.

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3 commenti a “Quel “gene” al di qua del Garigliano”

  1. mctrit8 scrive:

    Abbastanza buono anche se un pò lunghetta come intervista e non tutte le domande sono interessanti.
    Una cosa proprio non mi è piaciuta: Lo scoop o la notizia legata a Aversa………ma non si dovrebbe scrivere aD Aversa???!!!

  2. Massimo Di Bello scrive:

    >ma non si dovrebbe scrivere aD Aversa???!!!
    corretto! ;-)

  3. Marcello Di Sarno scrive:

    Mi farebbe piacere sapere quali domande secondo te non risultano essere interessanti.
    Comuni-Italiani è un laboratorio di idee ed è cresciuto nel corso degli anni grazie anche agli utili contributi degli utenti.

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