9 Luglio 2008

Riti e tradizioni tra i monti dell’Umbria

di Leonardo Guerrini (Blog Cerreto di Spoleto. Racconti di Viaggio)

Parto nel primissimo pomeriggio con il mio scooter, nuovo fiammante, che non chiede altro se non macinare chilometri. Lo assecondo. La giornata era buona in quel lunedì di Pasquetta, il tempo avrebbe retto fino a sera. Iniziai il viaggio da Foligno. Salendo per le irte curve della statale, gli effetti del sisma del ’97 si mostrarono in tutta la loro gravità. Cinque semafori in una manciata di chilometri moderavano il traffico, tra i cadaveri delle case, momentaneamente sorrette da improbabili imbracature.

Decisi la meta da raggiungere: Cerreto di Spoleto. Conoscevo questa cittadina solo per nome, grazie a mia sorella. Molti anni prima ci aveva vinto un premio musicale. Dopo venti minuti ero già nella vicina Sellano. Il paesaggio in pochi chilometri mutò repentinamente: da quello dolce e collinare, dominato dagli ulivi, si tramutò in una fitta macchia. I volti della gente, specialmente delle persone più anziane, mostravano, come foto, le loro fatiche consumate tra monti.
La città si confonde facilmente con una sua frazione, Borgo Cerreto. Con lo scarso senso d’orientamento che mi contraddistingue, puntualmente compii l’errore; alla fine riuscii lo stesso ad entrare in città.

Il termine Cerreto non è il frutto di un semplice vezzo per trovare un nome alla città. Qui la toponomastica ha una sua precisa logica. Chiunque si trova in queste zone non può fare a meno di vedere, ovunque, distese di cerri. Il simbolo di quest’albero compare perfino nello stemma comunale.
Mi ero appena iscritto all’università, ogni esame mi rimaneva addosso, mi condizionava così tanto da dovermi quasi impersonificare negli autori che studiavo. In quel momento stavo preparando antropologia culturale. L’istinto di scoprire riti e tradizioni, tra i meandri dei cerretani prevalse. Iniziai a fare domande, soprattutto alle persone anziane, miniere viventi di aneddoti umani. Inizialmente reagirono con circospezione; poi il dubbio cedette il posto alla loquacità, lasciandosi andare a lunghi racconti.

salumi-in-cantina.jpgTra un storiella e l’altra, il discorso cadde inevitabilmente sulle abitudini alimentari. Dopo un quarto d’ora mi ritrovai nella stalla di un vecchio contadino che, con incomparabile orgoglio, mi mostrò le sue “bestie”. Mi colpirono due piccoli maiali che si inseguivano per il recinto. Ammirai la loro spensieratezza. Nella cantina vicina mi venne mostrata una collezione interminabile di salumi. Pensai, tra me e me, che quei maiali non sarebbero cosi tranquilli se avessero visto ciò. Beata incoscienza!

Proseguii nella mia indagine etnologica, alla ricerca di segni caratteristici di Cerreto di Spoleto. Lungo una strada interna, in una bacheca notai una serie di itinerari, evidenziati con diversi colori, che segnavano alcuni sentieri e tratturi. La cittadina risultò piena di testimonianze storiche ed artistiche di grande spessore. Molte chiese risalgono al Basso Medioevo, creando un mirabile connubio tra fede e vita rurale.
Lo sguardo da antropologo “indagò” anche sulle manifestazioni locali. Ne individuai molte: dalla Sagra del fungo a quella del ciarlatano; dalle rievocazioni degli antichi mestieri al Canto della Pasquetta. Quest’ultimo mi incuriosì a tal punto da “importunare” un povero cerretano che si trovava nei paraggi, costringendolo a spiegarmi le modalità del rito. Consiste nel passare in tutte le case, la vigilia dell’Epifania, per fare gli auguri ad ogni famiglia.

Avevo sentito parlare del vecchio tratto ferroviario che collegava Spoleto a Norcia, con un percorso di stampo alpino, per via dei molti viadotti e gallerie. Il racconto di un ex-muratore, che tutti i giorni prendeva questo treno locale per recarsi al lavoro mi commosse. Fu impressionante apprendere che il reddito della sua famiglia dipendeva quasi esclusivamente da questo piccolo convoglio, che ogni giorno doveva sfidare le intemperie montane. Un lieve ritardo si tramutava in richiami del datore di lavoro o, ancor peggio, in detrazioni dal suo già risicato salario.
Ormai era quasi sera, mi affrettai a lasciare questo stupendo luogo di pace e natura, con il cuore gonfio di emozioni e l’ego da antropologo in parte realizzato.

(Foto di Piperita Patty in Licenza Creative Commons)

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