13 Dicembre 2008

Il castello medioevale e la chiesa di Santa Maria ad Nives

di Longobardo Lorena (Blog Casaluce. Alla Scoperta della nostra Italia)

Esistono luoghi che entrano nel cuore e che, come avviene per un colpo di fulmine, suscitano emozioni forti in virtù del fatto che dalle loro pietre trasuda la storia. L’interesse per il castello di Casaluce nacque in me nel maggio 2003 quando - in occasione di una visita al Museo Civico di Castelnuovo di Napoli - destarono la mia attenzione gli affreschi conservati nella Cappella Palatina. Le uniche informazioni di cui disponevo allora erano le didascalie che recitavano: “Dal castello del Balzo in Casaluce Caserta”.

Facciata orientale del Castello

Facciata orientale del Castello

Il desiderio di saperne di più su quelle opere mi spinse a cercare notizie su di esse, sui loro committenti, fino a ricostruire poco a poco la storia di quel complesso. Venni a sapere che quegli affreschi erano stati staccati nel 1972 dalla loro sede originaria per opera della Soprintendenza per motivi conservativi e che ancora oggi attendono una ricollocazione in situ.

Il primo sopralluogo al castello suscitò in me grande entusiasmo e, al contempo, un sentito dispiacere per il raccapricciante stato di degrado in cui versava il monumento, dall’architettura agli apparati decorativi. Le sue mura possenti furono innalzate, circa mille anni fa, nel territorio di Casaluce, oggi piccolo comune a nord di Aversa, e la sua plurisecolare storia può essere sintetizzata in due momenti significativi: l’epoca normanna, nella quale si inserisce la fondazione del castello, e l’età angioina. Proposi allora a me stessa di fare chiarezza sulle sopravvivenze architettoniche e sulle testimonianze figurative tentando, nella mia ricerca, di districarmi alla meglio nel groviglio delle vicende storico-leggendarie.

Scoprii che la (presunta) origine normanna del castello era, infatti, come avvolta da una cortina di nebbia, da un mélange di storia e leggenda che offuscava la verità dei fatti: se da un lato esistono fonti che accertano l’esistenza di un casale di nome Casaluce nel 964, consentendo quindi di collocarlo tra i villaggi di origine pre-normanna preesistenti alla fondazione di Aversa, dall’altro mancano documenti storici specifici sul castello. A queste lacune si è tentato di sopperire facendo ricorso alla “microstoria” locale.

Alcuni studiosi tramandano che il toponimo deriverebbe dal latino “casa luci”, vale a dire “casa del bosco”, mentre secondo altri il nome deriverebbe da “casaluccio” con l’accezione di “piccolo casale”, da cui poi Casaluce. Secondo la tradizione orale raccolta dagli eruditi locali a partire dal Seicento l’edificio, a pianta quadrata con quattro torri angolari, sarebbe stato costruito dai mercenari normanni guidati da Rainulfo I Drengot. Le fonti erudite discordano, però, sulla data di fondazione: secondo lo scrittore seicentesco Donato da Siderno, la costruzione del castello risale al 1060, mentre gli autori settecenteschi Costa e Giustiniani propongono una datazione più antica (1025 circa), individuando in quel sito il primo accampamento normanno, precedente addirittura la fondazione di Aversa.

Le prime certezze storiche sul castello si hanno soltanto in età angioina, a partire dal 1359, anno in cui il feudo venne acquistato da Raimondo del Balzo, conte di Soleto e Gran Camerario del Regno, il quale, ormai anziano, trascorse qui gli ultimi anni della sua lunga vita. L’affascinante biografia di questo signore lo ritrae quale discendente dall’antica famiglia dei signori di Balcius, feudatari di Les Baux, oggi bellissimo e suggestivo borgo della Provenza. La vicenda di questo casato confluì nella storia dell’Italia meridionale nel momento in cui alcuni tra i suoi membri più prestigiosi si posero al seguito del conte di Provenza, Carlo d’Angiò, nel 1265, nella campagna per la conquista del Regno di Sicilia. Annoverata tra le più illustri casate della nobiltà napoletana, la famiglia italianizzò il cognome in “Del Balzo” coprendo cariche pubbliche prestigiose e imparentandosi con le dinastie d’Angiò e d’Aragona.

Fu proprio grazie all’importanza delle cariche politiche conquistate che Raimondo, signore di Casaluce, è ancora oggi sepolto a Napoli nel pantheon dei re angioini, vale a dire nella chiesa di Santa Chiara assieme alla sua consorte Isabella Apia, anch’ella di nobile stirpe francese. I coniugi, morti nel 1375, giacciono nella cappella di famiglia in due splendidi sarcofagi opera di maestranze tardo trecentesche. Sotto il dominio dei Del Balzo, Casaluce conobbe la sua “età dell’oro”: il conte apportò ampi rimaneggiamenti al castello, trasformandolo in una confortevole residenza fortificata, al punto da essere considerato, da alcuni studiosi, il fondatore dello stesso. A lui, uomo di profonda spiritualità e particolarmente devoto alla Vergine Maria, si devono la fondazione e i primi lavori di edificazione della chiesa di Santa Maria ad Nives (o “della Neve”), che oggi costituisce la testimonianza storico-artistica più bella e significativa dell’intero complesso.

Morti i loro quattro figli e, essendo rimasti senza eredi, i conti decisero di donare, l’8 agosto del 1360, il loro castello all’ordine dei monaci Celestini, motivo per cui il complesso venne trasformato in monastero, subendo ulteriori modifiche: il conte riservò per lui e per la sua consorte l’appartamento baronale, mentre destinò la chiesa da lui fondata e la maggior parte del castello alle cure dei monaci. Questi ultimi costruirono il chiostro, il dormitorio e completarono la chiesa rivolgendosi alle più prestigiose botteghe di scultori e pittori toscani, così com’era in voga a Napoli intorno alla seconda metà del Trecento.

Agli occhi del visitatore che oggi si appresta a visitare il castello si presenta, una volta varcato il ponte levatoio, la chiesa con la sua facciata barocca che conserva ancora alcune importanti testimonianze medioevali, quali il bel portale d’ingresso in marmo di Carrara. Esso è sormontato da una lunetta abitata da un gruppo scultoreo raffigurante una “Madonna con Bambino tra angeli reggicortina e santi”, che conserva ancora tracce di colore nella veste e nella decorazione originaria a tessere di mosaico. Sul lato destro del portale si conserva infissa nel muro una tavola marmorea che reca inciso, in caratteri gotici a rilievo, un lungo carme encomiastico in 31esametri latini. Si tratta di un’iscrizione dedicatoria con la quale i Del Balzo espressero la volontà di dedicare la chiesa da loro fondata alla Vergine Maria. Questa devozione a Maria si è tramandata nei secoli fino ad oggi in virtù del fatto che qui, nella cappella a destra dell’altare, si venera una preziosa icona bizantina raffigurante una “Madonna con Bambino”, alla quale la tradizione popolare attribuisce poteri miracolosi. Il culto mariano è così radicato a Casaluce al punto da aver comportato la  trasformazione della chiesa di S. Maria ad Nives in un Santuario mariano, tuttora meta di pellegrinaggio e sede di una modesta collezione di ex-voto.

Ma l’impatto emotivo più forte che ho avuto si è verificato quando il parroco mi ha mostrato i preziosissimi affreschi trecenteschi venuti alla luce al di sotto degli stucchi barocchi che rivestono le cappelle, le crociere gotiche, le finestre e la controfacciata della chiesa. Essi sono da attribuire alla mano di  Niccolò di Tommaso, pittore fiorentino tardo-giottesco formatosi presso la bottega di Maso di Banco, collaboratore di Giotto nella Cappella Palatina del Maschio Angioino. La critica d’arte è arrivata a datare la presenza di questo artista a Napoli nel biennio 1371 – 1372. Si tratta di alcune scene dell’Infanzia di Cristo (un’Adorazione dei Magi e una Fuga in Egitto) rinvenute in una delle cappelle a destra della navata e di un bellissimo brano raffigurante l’Incoronazione della Vergine, in controfacciata, dai colori ancora vividi ma in agonia, in quanto si trova in pessimo stato di conservazione e necessita urgentemente di un restauro. Questo ciclo emerso in seguito a cadute di intonaco, dimostra che, come ad Assisi, anche a Casaluce la chiesa era interamente rivestita di affreschi fino a creare un effetto di horror vacui.

Andando in giro per l’Italia ho avuto modo di apprezzare, in questi anni, altre opere di Niccolò di Tommaso, come i ben tenuti affreschi del convento del Tau a Pistoia e due tavole esposte proprio in questi giorni nelle sale degli Uffizi in occasione della mostra “L’eredità di Giotto”. Queste esperienze di viaggio mi hanno portato ad un’amara constatazione: lo stesso pittore, amato e valorizzato nella sua Toscana, viene sottovalutato o addirittura ignorato in Campania, dove ha fatto cose egregie.

Tuttavia mi conforta apprendere che, da qualche mese, per Casaluce qualcosa si sta muovendo: è iniziata la prima fase di recupero del complesso. I restauri, attesi da anni, finalmente stanno diventando realtà. Terminati i lavori, il secondo passo da compiere dovrà essere quello di riportare nella sede originaria gli affreschi staccati, oggi custoditi a Napoli. Uno spiraglio comincia finalmente a intravedersi: bisogna fare il possibile per evitare che un patrimonio di tale valore subisca danni irreparabili perché gli uomini passano, ma le pietre restano a raccontarne la storia.

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