14 Aprile 2010

Splendori barocchi nei vicoli di Lecce

di Giampaolo Nanula (Blog Lecce. Alla Scoperta della nostra Italia)

Arrivare a Lecce è molto semplice: praticamente vi è una sola strada la N. 613 che dritta dritta arriva giù da Brindisi senza incontrare neanche una città, un paese, o un borgo: solo tantissimi ulivi. Un tratto di strada bello e monotono allo stesso tempo: non una casa, non una curva, un dosso, solo ulivi, qualche volta un campo di carciofi, per il resto niente; scarseggiano anche i distributori di benzina. Quaranta chilometri così. Ma soprattutto manca in maniera allarmante una cosa: il mare.

Ipotizziamo che siete partiti dal nord Italia per passare una settimana di vacanza sulle spiagge del Salento, verso Rimini avete incontrato l’Adriatico e siete scesi giù lungo la costa per centinaia di chilometri con il mare sempre alla vostra sinistra. Avete incontrato tantissime centri abitati, poi in Puglia è tutto un susseguirsi di porti incantevoli come Trani e Polignano a Mare. Poi d’improvviso, subito dopo Brindisi, il mare sparisce: ulivi a destra e ulivi a sinistra, ogni tanto qualche carciofo, ma di mare neanche solo l’odore. Eppure di mari qui dovrebbero essercene addirittura due: l’Adriatico a sinistra e lo Ionio a destra. Invece niente: ulivi, belli, ma solo ulivi.

Infine arrivate a Lecce, che vista da fuori non sembra poi questo granché. Ora dovete parcheggiare fuori dalle mura perché nel centro storico con la macchina non ci possono entrare neanche i leccesi. Ed ecco a darvi il benvenuto l’enorme arco trionfale di Porta Napoli edificato nel 1548 in occasione della visita (sempre annunciata, ma mai realmente avvenuta) dell’Imperatore Carlo V, colui sul cui regno non calava mai il sole, colui a cui si deve la prima grande trasformazione di Lecce: da semplice borgo medievale subordinato a Otranto, a città-fortezza cinta da grandi mura rinascimentali e munita di un castello che ancora oggi porta il nome dell’Imperatore.

Immediatamente superata Porta Napoli la città cambia e comincia a mostrare il suo vero esuberante volto. Per le strade del centro storico l’arte è praticamente ovunque: magnifici scorci attendono di essere fotografati. Ogni casa, ogni chiesa, ogni palazzo è una scoperta: ovunque è arte, decoro. Fiori, frutti, statue, fregi, fanno di Lecce una straordinari piccola capitale del barocco. Due le ragioni di tanta abbondanza: innanzitutto la pietra leccese detta leccisu: un calcare dalle tinte chiare e calde, docile al taglio e compatto. La pietra leccese appena estratta si lascia plasmare con la stessa facilità del legno per poi indurire al contatto con l’aria, la sua duttilità la rende perfetta per realizzare statue e decori ma non è altrettanto buona come materiale da costruzione infatti raramente le case del centro storico superano il secondo piano. Le mura sembrano amplificare la luce del sole, nelle calde giornate d’estate. Passeggiando per la città pare di essere in spiaggia, complice la brezza marina che immancabilmente soffia da una delle due coste.

Palazzo Vescovile

Palazzo Vescovile

L’altra ragione che ha fatto esplodere nel capoluogo l’esperienza artistica del barocco è da ricercare, come sempre, negli avvenimenti storici. Infatti la gran parte dei monumenti furono edificati in un arco di tempo che va dalla fine del ‘500 alla seconda metà del ‘700: l’epoca della controriforma.
Se dall’area Germanica, Lutero e le Chiese protestanti condannano lo sfarzo e l’opulenza della Chiesa Cattolica e aboliscono il culto dei santi, nell’Italia del sud dominata dai cattolicissimi re di Spagna si risponde con la repressione dei tribunali della Santa Inquisizione e il fiorire dell’arte barocca immagine stessa del Cattolicesimo trionfante.

Ed ecco allora nel cuore di Lecce Piazza Duomo dove, in quella che era l’unica piazza completamente chiusa d’Italia si afferma simbolicamente (e praticamente) il potere vescovile: una piazza come luogo separato dalla vita civile, quasi una fortezza dominata da un campanile alto ben 72 metri utilizzabile anche come torre di avvistamento, di fianco una Cattedrale così ricca e fastosa da non avere una facciata, ma addirittura due, poi il Palazzo Vescovile e di seguito il seminario quasi ad affermare che il potere clericale non avrebbe mai avuto fine. Ma, per quanto grandioso, il complesso di Piazza del Duomo non rappresenta il capolavoro cittadino.

Santa Croce

Basilica di Santa Croce

È la Basilica di Santa Croce il monumento simbolo del barocco leccese affiancata dal ex convento dei frati celestini. Sulla facciata vi è di tutto e di più, persino una certa semplicità nell’ordine inferiore costruito quasi 150 anni prima del fantasmagorico ordine superiore. Dal 1549 al 1695 si sono alternati alla direzione dei lavori ben tre architetti Gabriele Riccardi, Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo, ma soprattutto generazioni di artigiani e scalpellini che durante i periodi di interruzione dei lavori hanno propagato in tutta l’area salentina l’arte della pietra, imparata e perfezionata alla grande fabbrica della Basilica.

La committenza è quindi soprattutto religiosa: se i Cestini finanziano la costruzione di Santa Croce, altri importanti edifici saranno commissionati dai Benedettini, i Gesuiti e dagli Olivetani, ma altrettanto importante sarà l’esigenza di rappresentanza di tutto il clero. Ricchi vescovi, colti e raffinati, imprimeranno a Lecce una signorilità che la contraddistingue ancora oggi.

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