26 Aprile 2010

Noio vulevon savuar

di Alessio Postiglione (Blog Milano. Cinema in Comune)

Totò e Peppino alla Stazione

Totò e Peppino alla Stazione di Milano

“Noio vulevon savuar” – Quale miglior modo di approcciare un ghisa, a Milano, dello storico incipit di Totò e Peppino, appena fuori dalla Stazione Centrale?
E’ il cinema, infatti, che ha contribuito a trasformare tanti luoghi geografici in Italia in luoghi delle memoria.

Nel caso specifico (Totò, Peppino e la malafemmina, di Camillo Mastrocinque, del 1956), ecco che la Stazione, con il suo portato di viaggio, scoperta ed incontro, diventa il luogo dell’immigrazione; il momento in cui, tanti meridionali, arrivavano a Milano a cercare fortuna.

Dalla comicità di Totò vestito da cosacco, al dramma viscontiano di Rocco e i suoi fratelli (1960). Dove l’immagine dell’immigrazione e del dolore colonizza nuovi luoghi, nuovi immaginari; la Ghisolfa, l’Idroscalo, con l’omicidio di Annie Girardot, il Portello, l’ex sede dell’Alfa Romeo, a rappresentare la Milano operaia. Una Milano di fatica, prima di diventare “da bere”, alla quale Massimo Girotti dedicherà se stesso, come nell’affresco simbolico in cui si spoglia degli abiti, e dei propri beni, di fronte ancora alla Stazione, per rappresentare il suo desiderio di regalare la propria fabbrica agli operai. Un novello San Francesco. E’ la scelta artistica proposta da Pier Paolo Pasolini, in Teorema, del 1968.

Locandina del film Miracolo a Milano

Locandina del film Miracolo a Milano

La capitale industriale d’Italia, d’altronde, non poteva non essere raccontata dalla fabbrica fordista: si pensi al metalmeccanico Giulio, interpretato da Ugo Tognazzi, in Romanzo popolare, di Mario Monicelli, o a Gian Maria Volontè ne La classe operia va in paradiso, di Elio Petri, del ’72; con lunghe carrellate non solo del capoluogo meneghino, ma di tutta la cintura industriale milanese.

Lasciamo la fabbrica, per la Milano che, con il suo simbolo per antonomasia, il Duomo, diventa un paesaggio da favola; come nella rappresentazione di Vittorio De Sica dei netturbini che, magicamente, volano via sulle scope, proprio da Piazza Duomo: siamo a Miracolo a Milano, del 1951.

De Sica lo ritroviamo a San Vittore nel capolavoro di Roberto Rossellini Il generale della Rovere, del 1959.

La telecamera del regista ispirato, d’altronde, sa trovare il bello in ogni lato della città.
Non solo il cenacolo vinciano, quindi, rappresentato da Ron Howard nel Codice Da Vinci, con un Tom Hanks in bilico fra Hercule Poirot ed Hitchcock.
C’è, anche, la Milano di Corso Buenos Aires, in Kamikazen, ultima notte a Milano, di Gabriele Salvatores. Un Corso Buenos Aires “via più newyorkese di Milano”, come dice Silvio Orlando, ad uno stralunato Paolo Rossi.

Locandina di Ratataplan

Locandina di Ratataplan

Una Milano cinematografica che ride dei suoi difetti: “A me piace Milano, mi piace quasi tutto, tutto quello che di solito la gente disprezza”, insiste Orlando: “l’afa, i paninari, i piccioni; anche lo smog, mi piace; basta che ti abitui”. E’ la Milano del ferro, dei treni, degli autobus, dei sottopassi e dei cantieri che percorre Maurizio Nichetti con il suo bicchiere d’acqua in Ratataplan, del 1979.
Nichetti e Corso Buenos Aires li ritroviamo anche in Ho fatto splash, del 1980, mentre solo il corso appare in una gemma come Nata di marzo, di Antonio Pietrangeli, del 1957.
Salvatores, d’altronde, milanese d’adozione, tornerà altre volte su di una Milano rara; come con l’ambientazione presso il Planetario in Marrakech Express, del 1989.

C’è, poi, la Milano guascona dei Soliti ignoti di Mario Monicelli, con i portici e il Duomo a fare da sfondo, o ancora alla Stazione, con l’arrivo dei protagonisti al seguito dei tifosi romanisti in trasferta.
Monicelli tornerà a Milano per descriverci un altro simbolo cittadino. Il teatro alla Scala, con Rossini! Rossini! (1991). Il celebre teatro è ancora nelle ambientazioni di film come Un eroe borghese, di Michele Placido (1995), in cui il regista-attore siciliano si addentra in una delle pagine più buie della storia recente italiana, il caso Ambrosoli. Mafia, affari, banche, politica. La Milano di Piazza Affari e delle banche ritorna del 2002, con I banchieri di Dio - Il caso Calvi, un film diretto dal regista Giuseppe Ferrara e tratto dall’omonimo romanzo di Mario Almerighi. Una Milano del potere e degli affari torbidi che era già stata analizzata da Francesco Rosi, nel 1972, con il suo profondo cinema di critica politica e sociale. Il film in questione è Il caso Mattei, con uno straordinario Gian Maria Volontè nei panni del protagonista.

Sono molti i simboli di Milano ad essere entrati nell’immaginario cinematografico, d’altronde. Ermanno Olmi ha filmato molto Milano, in lungo e in largo. Con il documentario Milano ’83; o ne Il posto e I fidanzati, attraverso una descrizione precisa di piazza San Babila. Il posto, in particolare, è una metafora sull’altra faccia della Milano industriale e fordista, la città piccolo-borghese e impiegatizia. Dalla San Babila piccolo-borghese, al ribellismo di Destra, espressione dello stesso milieu sociale, in San Babila, ore 20: un delitto inutile, di Carlo Lizzani (1976), che descrive il mondo neofascista che aveva eletto quella piazza luogo dei propri incontri, e che nel film di Lizzani diventa il topos della tensione e della decadenza morale e politica dell’Italia degli Anni di piombo.
Il film di Lizzani, inoltre, ci mostra il Liceo Beccaria, i cortei di sinistra e le femministe.

Dalle inquietudini piccolo borghesi alla grandeur della “Milano da bere”; certo, cinematograficamente siamo molto lontani da Ermanno Olmi e Carlo Lizzani, ma i film di Carlo Vanzina, negli anni ’80, esprimono quel nuovo immaginario milanese che anche la televisione commerciale contribuirà a costruire, in modo determinante. Ci riferiamo a pellicole come Via Montenapoleone, Sotto il Vestito niente, I miei primi quarant’anni. A Vanzina si deve anche il celebre ultrà milanista terrunciello interpretato da Diego Abbatantuono in Eccezzziunale… veramente (1982).

L’ombra degli Anni di piombo, invece, tornerà autorevolmente con Gianni Amelio in Colpire al cuore (1982), con le riprese a Piazza Diaz.

Il simbolo della Milano moderna, del razionalismo e del design, è il Pirellone che ritroviamo un moltissime pellicole: L’amica di Alberto Lattuada (1969), La vita agra di Carlo Lizzani (1964) e La notte (1960) di Michelangelo Antonioni, nel quale il Maestro offre una descrizione minuziosa di tantissimi angoli della città meneghina.

Un’altra grande regista, un’altra Milano: Porta Venezia e Liliana Cavani ne I cannibali (1969).

Infine, c’è la Milano di genere. Quella della mala; Milano violenta, Milano calibro 9, Milano trema: la polizia vuole giustizia; una lunga interminabile lista di film – di certo non capolavori – ma che restituiscono un periodo del nostro cinema e della città.
E che Milano, come poche altre città del nostro immaginario cinematografico, ha saputo e sa rappresentare.

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