31 Dicembre 2008

L’altro mondo nel cuore degli Alburni

di Marcello Di Sarno (Blog Castelcivita. Racconti di Viaggio)

Castelcivita - panorama e antico mulino

Un posto romantico e lontano dalla grigia e nevrotica routine della città è il miglior regalo di compleanno che si possa desiderare. Pescando qua e là tra i ricordi di letture passate e l’ampia letteratura online riservata all’argomento, approdai a una meta: rotta per le grotte di Castelcivita, scavate nel versante occidentale del massiccio dei Monti Alburni, perla naturalistica del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.

Niente fu lasciato al caso ovviamente! Muniti di percorso stradale scaricato da internet e resi edotti, fin nei minimi dettagli, sulla direzione da seguire dalla titolare dell’agriturismo, presso cui avevamo prenotato per due notti, iniziammo il viaggio.
“Prendete l’A3, uscite a Battipaglia e proseguite dopo Capaccio… in un’ora e un quarto dovreste raggiungere Castelcivita”.
Le indicazioni della signora erano precise. Ma quel venerdì, dopo 8 ore di lavoro davanti al computer, alla guida della macchina non c’ero io ma Mr Magoo: il simpatico nonnetto protagonista dell’omonimo cartone animato, famoso per la sua proverbiale “vista di falco”. Accanto a me, il mio “navigator” preferito che, con le altre auto dietro a tallonarmi, mi chiedeva candidamente di rallentare per guardare meglio le insegne stradali.
Nessuna sorpresa, pertanto, se per due volte finimmo davanti al Tempio di Atena, che grazie alla suggestiva illuminazione notturna sembrava fosse proiettato sulla buia tela della Valle dei Templi di Paestum.

Grazie al buon cuore di un passante, riprendemmo la via giusta: dal centro di Capaccio, su per Roccadaspide.
L’agriturismo si trovava a Serra di Castelcivita, una frazione nella periferia rurale del comune cilentano. Ad attenderci un tipico cottage di montagna con pietra in vista, circondato da un prato verde e da una distesa di uliveti. Un minipandoro “Disney”, due flute e lo spumante per festeggiare il compleanno e poi tutti a nanna!

Milano? Portici? Siamo lenti!”
“Sì, però c’è la qualità, la qualitàààààà!!!”.
Caspita, che incubo! Lo stress del viaggio, forse i morsi della fame; certo, sognarsi il proprio capo in quel contesto fu un’esperienza da girone dantesco.
Un tazza di latte e un vassoio di bocconotti, dolci fritti ripieni di castagnaccio, tipici della zona, mi ridonarono il buonumore, nonostante la pioggia incessante. Le grotte erano a cinque minuti, sulla strada per Controne.

Visto il tempaccio non era difficile immaginare che saremmo stati gli unici visitatori. La signora che ci fece da guida ebbe, alla nostra vista, una reazione di gioia mista a insofferenza. Due visitatori con quella pioggia è una bella fortuna; sempre che non ti capiti quando non hai un refolo di voce per descrivere i luoghi.
Poco male. In quella cavità, quasi nascosta dalla parete rocciosa e dagli alberi, l’unica a meritarsi la patente di guida sarebbe stata la nostra fantasia.

Un “nero cancello” chiudeva l’ingresso, da quando si era deciso di impedirne il libero accesso, alfine di preservare il sito da turisti a caccia di souvenir e da vandali occasionali.
Un click nel buio e d’incanto la luce artificiale dei faretti ci disvelava l’inizio di un mondo sconosciuto. Un mondo di stalagmiti e stalattiti, gallerie e saloni, disegnato con impareggiabile estro dall’acqua nella roccia. Celato riparo 40.000 anni fa per l’uomo preistorico e nel 71 a.C, secondo la leggenda, per l’esercito di Spartaco  (per questo sono note anche come Grotte di Spartaco, lo schiavo che volle sfidare Roma).

La prima parte sembrava riprodurre, nei colori e nelle forme, un paesaggio lunare, con la caverna del Guano e la caverna Bertarelli, quest’ultima impreziosita da un’imponente colonna, nata dall’incontro tra stalagmite e stalattite.
Mentre procedevo, ascoltavo nella mia mente le note galvanizzanti del “tema” della Storia Infinita – un classico del fantasy Anni ’80 –, quando il protagonista Atreyu in groppa al “fortunadrago” cerca di salvare Fantasya dal Nulla. Qualche metro più in là e avrei perso definitivamente il contatto con la realtà. Una buia strettoia ci proiettò magicamente nella Sala Principe di Piemonte, il posto più affascinante che abbia mai visitato.
Una miriade di concrezioni irregolari che nella loro disposizione tradivano un’armonia cercata. Avevo riunite in una sola volta la Torre d’Avorio, sede della principessa bambina e cuore del regno di Fantasìa, e la Torre Oscura di Mordor, residenza infernale di Sauron nel Signore degli Anelli di Tolkien.

E poco oltre il nostro cammino s’interruppe, dal momento che per ragioni di sicurezza è possibile visitare 1.700 km dei 5.400 metri complessivi che formano le grotte.
Abbandonai il mondo di Fantasìa soltanto dopo essere entrato in macchina per prendere la direzione del centro storico di Castelcivita. Sostammo l’auto nella parte più alta, dove inizia la strada che da un lato porta alla cinquecentesca chiesa della Madonna delle Grazie e dall’altro ai Monti Alburni.
A pochi passi la Torre angioina, monumento simbolo che sovrasta quest’agglomerato compatto – fedele all’assetto medievale della fortezza – ramificato da viuzze e scalinate. Ci inoltrammo in questo caratteristico dedalo, sostando di volta in volta davanti agli antichi portali recanti lo stemma delle nobili famiglie che vi avevano dimorato.

Tra il rumore sordo dei nostri passi, a un certo punto cominciammo a distinguere canti e urla di giubilo che sembravano provenire da una piccola casetta sul cui ingresso era appuntato un nastro azzurro. Stavano festeggiando un nuovo arrivato, cantando vecchi motivi in dialetto locale.
Di qui scendemmo giù verso il cuore del paese, sorprendendoci positivamente del fatto che ogni passante ci salutasse in maniera molto cordiale.
Il buio della sera rese ancora più suggestivo il nostro ingresso sulla centralissima piazza Umberto I, da cui si gode un panorama romantico e sul cui lato opposto sotto un’arcata sorge una monumentale fontana.

Il giorno dopo approfittando di un timido miglioramento, scendemmo verso la Piana del fiume Calore, dove un tempo si concentrava l’attività dei mulini.
Delusi dall’impossibilità di visitare da vicino il Vecchio Mulino, rimanemmo estasiati dal colpo d’occhio su Castelcivita che da lì si godeva: un presepe ricavato nella roccia, dominato dalla Torre angioina.

Oltre a un bel rifornimento di formaggio, bocconotti, bottiglie d’olio (è rinomato da queste parti) e di vino (per la gioia dei familiari) portammo via con noi le emozioni oniriche di un vissuto che solo un romanzo, un film, una canzone possono darti.

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