26 Marzo 2010

Viaggio fra le residenze sabaude

di Lorenzo Rulfo (Blog Govone. Racconti di Viaggio)

Castello di Govone

Castello di Govone

A metà strada fra Alba ed Asti, solcando la nuovissima Autostrada Asti-Cuneo, si intravede un cartellone di uscita: Govone. Mille volte ci sono passato davanti senza nemmeno accorgermene, lanciando occhiate furtive ma distratte. Poi per caso, una domenica mattina, ricevo una telefonata. Un amico mi chiede di vederci proprio lì, davanti al castello.
All’inizio non do alla cosa un peso eccessivo, è un normale appuntamento. Solo dopo, poco dopo, mi rendo conto di quello che sta per succedermi. Imbocco l’autostrada, accendo una sigaretta, accelero e in meno di dieci minuti mi trovo su una stradina che conduce al castello. Da appassionato di storia ricordo abbastanza bene la storia del comune e del suo meraviglioso castello, talmente importante da essere considerato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

In epoca medioevale, in cima alla collina, si ergeva una fortezza. Abbastanza in alto da poter essere vista da Castagnito o, nelle giornate limpide, addirittura da Alba. Poi silenzio per secoli, nessuno parla più di Govone e delle sue meraviglie. C’è bisogno dell’intervento di Guarino Guarini (architetto italiano, fra le più importanti figure del barocco) prima e di Benedetto Alfieri dopo (architetto, zio dello scrittore Vittorio Alfieri) affinché del castello si ritrovi traccia in numerosi quaderni e libri.

Incontro Alessandro nel parco, di fronte alla facciata ed alla suggestiva scalinata. Lui mi sorride, non parla e mi prende sottobraccio. Sempre in silenzio s’incammina attraverso il giardino e le fontane, supera le statue dei cani, quieti, che paiono non volerci sbarrare il passo. Poi tira fuori una chiave, sorride ancora, ed apre una porta laterale. “Che cosa fai?” gli chiedo, tra lo stupito e l’esaltato. Ma lui continua a non rispondere. Solo un cenno del capo, come a dire: tranquillo!

Il piano inferiore è bello, ma gli uffici del comune, la sala consiliare, i bagni moderni non permettono di tuffarsi a capofitto nella storia. Insomma, siamo ancora nel duemila. Così, da attenta guida, Alessandro spinge una porta (sembrava una parete vista da lontano, ma è giustificato: era una porta di servizio, di quelle per la servitù). Saliamo una scala piccola e ripida ed arriviamo al piano superiore.

E’ meraviglioso! La prima sala che vedo è il salone delle feste. E’ piccolo ma incantevole, affrescato, ricco. Ripenso al passato, ai cartoni con le grandi sale e i balli, i principi, le carrozze, tutti quei costumi, le crinoline. Il cuore batte forte, lo ammetto. Ma l’impazienza non ha freni, proseguo nella seconda sala e poi nella terza.
Sono nell’ala est del castello, l’ala Cinese. Andava di moda, in quell’epoca, verso la fine del Settecento, importare dalla Cina dipinti, ambientazioni e porcellane, per arricchire le sale. Queste, in particolare, erano destinate alle principesse.

Purtroppo molti dipinti sono rovinati. Apprendo che il castello è stato, fino a trent’anni fa, sede della scuola del paese. Molti cuori e promesse d’amore eterno fatti a biro o graffiati sui muri campeggiano, infatti, sui dipinti e sulle porte. Questo fa un po’ male, penso. Alessandro si volta, mi vede intento a fissare un cuore, legge i nomi all’interno e sorride. “Non credere, si saranno sicuramente lasciati”.

Finiamo la visita al castello, Alessandro mi dice che ha le chiavi perché deve fare dei lavori all’interno dei bagni e che ha l’autorizzazione ad entrare anche quando gli uffici sono chiusi. Lui conosce la mia passione, ha voluto farmi un regalo.

Intanto il tempo passa, finiamo la visita e usciamo. “C’è ancora una cosa che devi vedere”. Mentre lo dice mi prende per il braccio e mi trascina fuori, nel parco e poi oltre, verso i negozi. Arriviamo davanti ad una struttura recentemente ristrutturata, una specie di capanno. E’ l’aranciera. Il posto dove venivano messe le piante di agrumi nei mesi invernali. Penso a quanta ricchezza, in questo ampio ritaglio di terra, contrastasse allora con la povertà oltre le mura, lo sfarzo contro lo sporco.

E’ un pensiero strano, mi fa riflettere, oggi siamo tutti più ricchi, anche noi poveri. Ma allora, in quell’epoca nemmeno così distante, la povertà era un concetto concreto, nulla di astratto o emblematico. E un castello così sfarzoso e ricco, non può che farmi commuovere, ma al tempo stesso riempirmi di una malinconia di cui forse avevo bisogno.

Saluto Alessandro, salgo in macchina e riparto alla volta di Alba.

(Foto di Georgius LXXXIX in Pubblico Dominio)

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