8 Gennaio 2009

A braccetto con gli antichi Romani

di Elena Cuomo (Blog Pompei. Racconti di Viaggio)

3 gennaio 2009, sveglia alle otto del mattino e in poco tempo pronta per iniziare la mia gita alla scoperta di ciò che resta dell’antica Pompei. Viaggio in treno e in un batter d’occhio mi ritrovo a solcare le strade degli antichi romani. Vie, cunicoli, templi, ampie piazze, un tempo ricoperte da colate di lava del Vesuvio e oggi ripulite, ma ancora permeate di storia.
Messa in allarme nel 62 d.C., Pompei fu definitivamente seppellita nel 79 d.C. e i lavori per riportarla in vita iniziarono nel 1748 con il re di Napoli Carlo III di Borbone.
Mappa alla mano per orientarci e via, cercando di rivivere la vita degli antichi abitanti che ebbero la sfortuna di trovarsi lì nel giorno della tragedia.

Veduta degli scavi

Veduta degli scavi

Ogni rudere è contrassegnato da un numero e la piccola guida in omaggio spiega le sorti di tutte le aree da poter visitare. Iniziamo a seguire le indicazioni del libretto: la Basilica, un tempo sede del tribunale e degli edifici pubblici; il Foro, con la sua distesa d’erba e i resti di un pulpito nel centro; il tempio di Eumachia e il Macellum, l’antico mercato della città con dei pali in legno utilizzati per appoggiare i banconi della merce.

Su di un lato, in teche di vetro spesso sono stati conservati i calchi di alcune persone ritrovate sotto lo strato di lava, ricoperti di argilla per poter essere preservati. Le loro pose mostrano ancora la paura provata al momento della pioggia di cenere, lapilli e gas. Alcuni si coprono la faccia per non respirare la nube di gas tossici, altri sono nell’atto di correre, un cane si contorce stremato dalla mancanza di aria e di una donna si nota ancora lo stato di gravidanza.

Proseguo il mio viaggio nel tempo in compagnia della mia famiglia: le terme, dove un tempo gli antichi romani andavano per distendere il corpo e i sensi; la mensa, ossia l’ufficio per pesare e calibrare merci; la casa del poeta tragico sul cui pavimento d’ingresso è ancora visibile un mosaico con la scritta “Cave Canem” (attenti al cane).

Il Teatro

Il Teatro

La casa più grande dell’antica Pompei è quella del Fauno. All’ingresso la scritta latina “Have” saluta i passanti e la statua bronzea al centro del giardino interno funge da padrone di casa. Intorno una serie di stanze con mosaici, di cui il più importante è quello raffigurante la battaglia vinta da Alessandro Magno contro Dario Re di Persia. Una serie di colonne sostengono il porticato e una ricca vegetazione di piante sembra ridare alla domus i primitivi contorni.

Decidiamo di proseguire per via Consolare e la casa del chirurgo si staglia davanti a noi. Chiamata così perché al suo interno sono stati ritrovati oggetti medici, tra cui bisturi e forbici, è formata da una serie di ambienti che probabilmente erano le stanze per visitare i pazienti.

Superato l’arco della porta di Ercolano, primo collegamento tra le due città, ci avviamo verso Via delle Tombe dove gli alberi costeggiano l’antica necropoli.
Proseguendo sbuchiamo nella famosa Villa dei Misteri, una sorta di “rifugio” fuori città per i nobili romani. Conserva una ricostruzione di una pressa per la spremitura dell’uva a forma di testa d’ariete, ma la cosa più bella di questo luogo di mistero è il grande affresco a misura d’uomo con una scena di un rito misterico, ossia l’iniziazione al matrimonio di una fanciulla.

Decidiamo di tornare indietro e una guida ci suggerisce di percorrere Via dell’Abbondanza, la zona popolare di una città sommersa. Ai lati le scritte delle antiche botteghe sono ancora leggibili in latino mentre anfore e recipienti contenevano la merce in vendita.
La pavimentazione formata da blocchi in pietra mi fa perdere più volte l’equilibrio e sono costretta a mettere da parte la mappa. Mi guardo intorno e sembra di respirare l’aria pulita di una volta.

Calchi di antichi abitanti

Calchi di antichi abitanti

Da lontano vedo i resti di un edificio circolare: l’anfiteatro, di cui ancora oggi restano zone sommerse.
E’ un’immensa arena con sotterranei e cancelletti da cui le belve uscivano per lottare contro il gladiatore pronto a tutto. L’impressione e la paura di rivivere quegli attimi sembra sfiorarmi la pelle, faccio una foto e subito mi avvio verso la grande palestra che ospitava i giochi olimpici. Dopo un giro nell’orto dei fuggiaschi guardiamo l’orologio: è ora di tornare a casa.

Percorro le strade guardando ai lati ciò che resta di una remota città. Carri, altari, portoni, giardini: Pompei sembra rivivere nella mia mente, ma a un tratto una scritta mi riporta alla realtà: “Uscita”… e il sogno di camminare con la storia svanisce in un attimo. Restano i ricordi e la voglia di tornare a casa per raccontare a tutti il mio viaggio nel passato.

(Le foto sono di Elena Cuomo)

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