Rettifico: “del non pecorino” > “del pecorino”. E aggiungo una curiosità per i letterati: nella prima metà del Cinquecento soggiornò a Monte San Pietro, in località Cà de’ Fabiani, monsignor Giovanni Della Casa (il futuro autore del Galateo), ospite della famiglia Beccadelli.
Hai ragione, Mirco: i nomi “slittano” facilmente da un piatto all’altro. Nell’appennino bolognese ti offrono “crescentine [fritte, vuote] E tigelle [cotte alla piastra, compatte]“, che se capisco bene diventerebbero in modenese “gnocco fritto E crescentine”.
Hai ragione anche riguardo al pecorino; si può aggiungere che poco più su, verso Tolè, abbiamo addirittura il pecorino sardo, fatto da pastori sardi emigrati da tempo sulla nostra montagna. Ma del non pecorino non ho parlato per non dare un dispiacere al mio Leader…
Da bolognese nativo e residente apprezzo molto, dous, la tua descrizione. Ho già avuto altre prove del tuo amore e della tua nostalgia per Bologna. Vorrei solo segnalare, soprattutto a chi conosce poco la città, che la “piazza grande” non si chiama così, né con minuscole né con maiuscole. Si chiama Piazza Maggiore, oppure, popolarmente, “piazza”: “andare in piazza”, “ci troviamo in piazza”, “l’orologio di piazza” ecc. Piazza Grande sta a Modena, e sta anche nella canzone di Lucio Dalla il quale, seppur bolognese, per ragioni metrico-ritmiche non poteva cantare “e la mia casa è Piazza Maggiore”. Con licenza poetica quindi è andato a prestito a 36 km da qui.
@ gianniB: come facevi da Porta Saragozza a vedere la verde cupolina di San Luca? Io ci ho abitato cinque anni e vedevo solo Villa Aldini e il parallelepipedo della facoltà di ingegneria… Sui tortellini in brodo invece confermo e mi associo
Rettifico: “del non pecorino” > “del pecorino”. E aggiungo una curiosità per i letterati: nella prima metà del Cinquecento soggiornò a Monte San Pietro, in località Cà de’ Fabiani, monsignor Giovanni Della Casa (il futuro autore del Galateo), ospite della famiglia Beccadelli.
Hai ragione, Mirco: i nomi “slittano” facilmente da un piatto all’altro. Nell’appennino bolognese ti offrono “crescentine [fritte, vuote] E tigelle [cotte alla piastra, compatte]“, che se capisco bene diventerebbero in modenese “gnocco fritto E crescentine”.
Hai ragione anche riguardo al pecorino; si può aggiungere che poco più su, verso Tolè, abbiamo addirittura il pecorino sardo, fatto da pastori sardi emigrati da tempo sulla nostra montagna. Ma del non pecorino non ho parlato per non dare un dispiacere al mio Leader…
Da bolognese nativo e residente apprezzo molto, dous, la tua descrizione. Ho già avuto altre prove del tuo amore e della tua nostalgia per Bologna. Vorrei solo segnalare, soprattutto a chi conosce poco la città, che la “piazza grande” non si chiama così, né con minuscole né con maiuscole. Si chiama Piazza Maggiore, oppure, popolarmente, “piazza”: “andare in piazza”, “ci troviamo in piazza”, “l’orologio di piazza” ecc. Piazza Grande sta a Modena, e sta anche nella canzone di Lucio Dalla il quale, seppur bolognese, per ragioni metrico-ritmiche non poteva cantare “e la mia casa è Piazza Maggiore”. Con licenza poetica quindi è andato a prestito a 36 km da qui.
@ gianniB: come facevi da Porta Saragozza a vedere la verde cupolina di San Luca? Io ci ho abitato cinque anni e vedevo solo Villa Aldini e il parallelepipedo della facoltà di ingegneria… Sui tortellini in brodo invece confermo e mi associo
