Interviste Sindaci

I comuni dal punto di vista dei Sindaci. Qualità della vita, ritmi lavorativi, risorse storico-naturalistiche, tutto filtrato attraverso lo sguardo autorevole del primo cittadino, tra progetti da portare a termine e traguardi da raggiungere per il benessere della comunità.

Dove se non a Reggio Emilia si approccia la vita nel miglior modo possibile - chiedere alla stampa mondiale. Il Sindaco ama il valore della sua gente che non ha paura di dire no alle “discariche globali” di Bauman. Da un palcoscenico o da un ponte “griffato” arriva quella rapida spinta alla qualità, così come dalle farmacie e dalle scuole di oltre un secolo giungeva l’ordito embrionale di una bandiera dai valori universali.

L’arte non ha colore, ma a Scontrone, terra di solitudini laboriose e inclementi, mostra il suo volto più gentile, più “roseo”. Per il Sindaco, accogliere con semplicità tutto ciò che è “altro” è una scelta doverosa, come quella di raccogliere le more in autunno. Lo scrocchiare della neve e lo stormire degli uccelli spezza il fiato a chi vorrebbe indicare almeno due strade a chi ha voglia di crescere e migliorarsi. Quando l’uomo fece la sua comparsa questa terra era già un museo.

Nel cuore della Bassa parmense un pensiero dispiega le ali e raggiunge ogni angolo del mondo. Un pensiero nato a Busseto quasi due secoli fa che il Sindaco rinverdisce in tutta la sua immortalità e onerosità. Non solo per questo la sua città “figura” bene agli occhi altrui e si dimostra viva più che mai. In piazza, al bar, a teatro, si gioisce e si piange e si trasforma l’arte in passione e abilità.

Dura e senza tregua l’avventura iniziata dal Sindaco nella sua Sezze, che guarda oltre i “municipalismi” per uscire dal tunnel e afferrare il gancio giusto che porta direttamente verso il mare.
La cultura sale in cattedra, sia che si ricordi una lontana assunzione alle glorie degli altari, sia che si offra al mondo il sapore immortale di un dono della terra cantato anche da Neruda. C’è un buio da profanare, quello silente della verità e della giustizia negate alla memoria.

Un anno è poco per tirare le somme, specialmente se questo è servito per uscire da un tunnel buio e pieno di ostacoli. Catania, come ricorda il Sindaco, è rimasta a lungo ferma ad osservare il baratro, ma ora comincia a vedere la luce e a costruire il suo domani tra cielo, mare e terra. Più si è lontani da casa, più ci si accorge che splende.

Il solo fatto che parlare di Reggio Calabria non produca un’eco cupa e disdicevole ma sia accompagnata da un lungo respiro che varca i confini dello Stivale riempie d’orgoglio il Sindaco. Il mondo trova qui qualcosa di unico che parla di contaminazioni del passato e di nuovi “fronti” che rispecchiano nel mare firme inconfondibili. L’inversione culturale di chi non ha cancellato le “reazioni” dei propri padri restituisce un abbraccio corale e senza età al passaggio della Sacra Effige.

La Porto San Giorgio di cui parla il Sindaco è una terra che sa sorprendere e vuole continuare a farlo anche fuori dai confini regionali. Una ricerca proustiana del “bello” perduto, di quella perla che nel passato irradiava dai Sibillini all’Adriatico. Questo popolo così viveur nella sua quotidianità e geniale nel dare “scacco matto” alla cattiva sorte, non si contenta di accogliere l’arte dall’esterno ma culla in sé il libero talento.

Con la sua storia seppellita in gran parte sotto un passato di scelleratezze, la Frisa raccontata dal Sindaco cerca un ruolo da protagonista, in lotta fra tradizione e intraprendenza. L’aria salina dei trabucchi sulla costa e il respiro glaciale della Maiella s’incontrano in questa terra verso la quale il sentimento della gente si fa in tre. La scintilla dell’arte qui è sempre ardente nei colori e roboante nel suo pirotecnico manifestarsi. I nuovi linguaggi riducono le distanze tra il “palazzo” e la “strada”.

Se c’è un luogo dove la piattezza fa spazio alla verticalità delle idee, quello è Livorno, parola di Sindaco. Una terra che ha in sé gli anticorpi per tenere lontana la barbarie e per non lasciare in attesa le speranze. Lì dove è avvenuto “il sorpasso” della natura sul cemento, si guarda a un futuro che corre fulmineo verso il nord Europa. Da Columbia a Chicago il genio livornese si fa strada tra arte e ricerca, vincendo lontano dal clamore il buio della vita.

Un lustro non basta a cancellare le gravi ferite della città, ma Foggia, secondo il suo sindaco Orazio Ciliberti, ha preso di nuovo consapevolezza del suo ruolo di cuore pulsante della Capitanata. Il ricordo ancora vivo di 67 speranze venute giù in pochi istanti dice più di ogni altra cosa quali sono le priorità e i processi da completare. Dal rito del Galluccio alle memorie indelebili, passando per le radici dell’anima si delinea un’identità poliedrica e al tempo stesso comunitaria.

Venti storie, altrettante quotidianità diverse. Questa è la Crognaleto verso cui converge il primo pensiero del Sindaco, ad ogni risveglio. C’è un’arte scolpita nella roccia che va tramandata come l’Erede perpetua il casato. La limpidezza dell’acqua lascia intravedere il futuro che non può essere costruito su tagli, promesse e leggi datate. La fede si sposa con il mito quando sette sguardi si incrociano da lontano.

Se oggi Castelnovo di Sotto vede nella diversità un valore è perché ha raggiunto la sua maturità di “comunità compiuta”. Quella a cui ha lavorato da un decennio il Sindaco, stringendo patti di fratellanza e valorizzando le eccellenze. Dietro una maschera c’è il volto secolare di un’arte, sulle due facce di una medaglia c’è l’oro del sacrificio di chi occupa un posto speciale nelle emozioni e nel cuore di questa gente.

Letteratura, arte, filosofia e scienza qui hanno una sola rete costruita da mani volenterose. San Giovanni in Persiceto non può avere il Louvre, però, come racconta il Sindaco, è riuscita a costruirsi il suo spazio vitale tra cielo e terra. Fare cultura qui significa vivere, anzi sopravvivere alla logica omologante e spersonalizzante delle cattedrali del consumo. Uno spillo è quel che serve per mettere alla berlina i potenti.

Per lui rappresentava il “borgo natio”, per il Sindaco è la propria terra che ha visto risorgere dalle macerie. Santa Lucia di Serino da sempre vive tra alti e bassi questo vincolo di sangue con Giuseppe Moscati, il santo medico che coniugò nelle sue opere fede e scienza. Da quella terra dai luoghi e dai nomi a lui così familiari, si levò la prima voce “Santo subito”. I luciani sanno guarire più di chiunque altro le ferite del corpo, meno quelle dell’anima.

Al Vecchio Venerando dalla lunga barba canuta non serve l’abominevole sacrificio di un innocente capretta per sentenziare se per Tarcento sarà un anno propizio o di vacche magre. Il futuro si legge nel sacro fuoco che arde sulla storica collina di Coja e il cui riverbero accende i cuori della gente in un festival di fratellanza, solidarietà e cultura popolare. Dalla porta dell’Alta Val Torre si è soliti ringraziare chi culla in sé la quintessenza della friulanità.

Un rapporto simbiotico tiene assieme Premosello-Chiovenda e il Parco Nazionale della Val Grande e il Sindaco sa bene che questa è una risorsa imprescindibile. Lo spirito libero, selvaggio, del secondo rivive nelle manifestazioni celebrative della comunità locale, in un generale crepitio e scampanellio. L’affermazione della propria identità nel panorama nazionale l’ha acquisita per “diritto”, l’essere sulla strada della storia e della scienza è una dota naturale.

Dalla terrazza di quello che era un tempo il marchesato di Crotone, da 11 anni a questa parte capita di vedere gli asini sfrecciare. Diversamente da quello “d’oro” di Apuleio, l’asino di Castelsilano non corre pericoli, anzi, come ricorda il Sindaco, si sente un pilastro della comunità, per cui stilla sudore e latte. Tra fughe intellettuali e coperte troppo corte, continua a divampare l’ardente sentimento di ritrovarsi a raccontare la vita.

“..ché n’te scorda chi c’è nato”. Così recita l’ultimo verso di una nota poesia dialettale dedicata ad Alviano. Chi è nato all’ombra dell’inossidabile “Rocca” non dimentica la sua storia, la sua parlata gelosamente custodita, la fame degli “anni ‘20″. Più di ogni altra cosa non dimentica il “folle” girovagare di una bizzarra vecchiarella che canta per chi non è più e di più per chi è costretto a sperare, ogni giorno, di essere domani.

Per le cronache del recente passato è la triste “capitale” di una profonda ferita apertasi nel Friuli. Oggi Gemona del Friuli è una terra che accoglie, culla e celebra l’arte, in tutte le sue forme. L’argento di una storica moneta risplende soprattutto per l’immagine di collaborazione e concordia che si rinnova da secoli. Qui tra piccoli commercianti e artigiani, c’è un popolo evergreen che insegna al mondo a comunicare con sé stesso.

L’orgoglio della propria indipendenza dai “grandi” brucia per Nemoli e il suo Sindaco, più alto del falò che sfavilla maestoso nel cuore della Valle del Noce. Il suono di una zampogna può ricordare una vita che non c’è più, quello delle voci di cinquanta e più bambini che domani ci sarà una vita da ricordare. All’ombra della grande montagna si è piccoli per le grandi cose ma grandissimi per le piccole cose di tutti i giorni.