C’era una volta una terrazza naturale nel cuore della Valtournenche raggiungibile solo dal cielo. Il presente, come ricorda il Sindaco, dice che Chamois è ancora, unico caso in Italia, giustapposta alla realtà caotica circostante. Difendere questa singolarità significa sopravvivere con la consapevolezza che solo da queste parti si può assaporare il gusto quintessenziale dell’esistenza.
Coniugare numeri da record (l’altitudine, la minor densità) con le difficoltà logistiche legate alle pacifiche “invasioni” estive e alle diaspore invernali non è facile per il Sindaco. Ma Valsavarenche è soprattutto un luogo da “emozioni forti”, fortemente voluto e preservato così dalla sua gente. Adamantino come i ghiacciai e dello stesso immenso respiro delle praterie fu il pensiero dei suoi figli più illustri.
Un affettuoso paesaggio quello dipinto dal Sindaco della sua Issime, che avvince il corpo, con la cerchia di valloni circostanti, e l’anima, per l’infinità di suoni di sottofondo. La mondanità non arriva fin quassù, ma lascia il posto alla meditazione e all’arcano suono del töitschu. La forza giovane di oggi, erede della gens Walser, è un motivo per prestar fede ai propri conterranei.
Quanti pajoli servono per preparare la polenta valdostana? Diversi. E sempre fatti da legni aromatici, insostituibili per conferire quei profumi d’alpeggi alla leccornia! Ce ne parla Elvia del rifugio Omens di Verres; scopriremo che un tempo le stagioni erano scandite dalle castagne e che i discendenti dei Salassi stanno ancora lì, fra le montagne, a bersi il loro idromele.
Tutt’altro che agevole la quotidianità che a parere del Sindaco vivono i suoi concittadini. Sessantadue villaggi sparpagliati tra alta montagna e fondo valle, che vivono la loro peculiarità con sacrificio e dignità. Una macchina del tempo gli permetterebbe di porre rimedio alle scelte infelici e consegnare un’altra realtà a chi oggi difende strenuamente la propria terra.
La semplicità è la più grande sofisticatezza, diceva Leonardo. E sono d’accordo Mauro e Piera dell’agriturismo Le Moulin des Aravis: scopriremo una singolare testimonianza imprenditoriale dedicata all’archeologia rurale e alla civiltà contadina. Novelli Baudelaire alla ricerca di corrispondenze nei profumi, sentiremo le erbe alpine e i frutti di bosco che “si rispondono come echi lunghi […] e cantano dei sensi e dell’anima i lunghi rapimenti”…
Tenere fede all’etimologia del nome del suo comune è l’ambizione personale del Sindaco, che punta a ridisegnare una “città nuova”. Risorta più volte dalla sue ceneri, custodisce gelosamente la sua identità medievale nelle torri di Chatel Argent e negli antri dei balmet. All’orizzonte c’è la possibilità di proporsi come “Porta” del Parco Nazionale Gran Paradiso.
Sulla strada da Roma a Canterbury, c’è un pezzo sperduto di paradiso che conserva una tradizione ospitale millenaria, da Carlo Magno a Napoleone, fino ad oggi. Maurizio ci parla della sua ricchezza. La inventò Bernardo di Mentone nell’undicesimo secolo. Ma la scoperta risale a molti secoli dopo. Quasi per caso: grazie ad un giapponese e al richiamo della Nouvelle cuisine. Anche se gli italiani sono troppo esterofili!
L’individuo, le sue difficoltà, le sue esigenze e la sua dignità sono, per il Sindaco, ancora oggetto di priorità nella vita quotidiana del paese. Dai tre manieri medievali allo splendido vallone di Vertosan, vive un’umanità che lotta per la salvaguardia dell’ambiente e delle tradizioni, di cultura e solidarietà. Infine c’è il privilegio di non essere schiacciati dalla globalizzazione, di non essere numeri ma individui, di non sentirsi soli ma appartenenti ad una comunità che ha una sua storia.
